L’Arminuta – Donatella Di Pietrantonio

Titolo: L’Arminuta
Autore: Donatella Di Pietrantonio
Genere: romanzo
Pagine: 163
Prezzo: 12,00
Trama libro
Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con “L’Arminuta” fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche più care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l’Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi.
Autore libro
Donatella Di Pietrantonio è una scrittrice italiana, divenuta famosa con il romanzo”L’Arminuta” con cui vince nel 2017 il Premio Campiello. La storia della protagonista viene ripresa in seguita nel libro “Borgo Sud“. Nel 2024 vince il Premio Strega con “L’età fragile“.
Recensione libro
Sull’asfalto del piazzale sono rimasti i segni delle ruote, e io.
Non credo ci sia frase più tagliente e vivida per descrivere l’abbandono. Quello straziante che subisce la protagonista, a soli 13 anni, da parte di quelli che ha sempre considerato i suoi genitori. Scaricata a forza fuori dalla macchina, con la serratura della portiera che si chiude dietro di lei, e lasciata lì su quel piazzale, per tornare a una vita che non ha mai conosciuto. Devo dire che l’approccio iniziale con questo libro non è stato semplice. La scrittura di Donatella Di Pietrantonio è rude, quasi sbrigativa; le frasi sono spesso brevi e frettolose, mancano i soggetti, a volte addirittura i verbi. Poi piano piano ho iniziato a familiarizzare con questo stile e ad apprezzare l’uso del dialetto nei dialoghi, che accentua le differenze sociali tra la protagonista, che viene dalla città, e la sua famiglia di origine, che ha difficoltà a parlare italiano, non avendo mai ricevuto un’istruzione adeguata. E ho realizzato che di questa ragazza non so il nome: forse l’autrice non lo dice mai, forse sono io che l’ho perso durante la lettura, o forse la protagonista oltre alla madre sente di aver perso anche se stessa, e quindi è solo l’arminuta, la “ritornata”.
La forza della storia sta nel non detto, nei segreti e nelle verità nascoste in cui è costretta a vivere ora che è stata restituita alla sua famiglia di origine. Fin dall’inizio hai la spiacevole e triste sensazione che sia solo un pacco postale, spostato di qua e di là senza il suo consenso. E tu sei lì che non capisci, ti chiedi perché, continui a immaginare spiegazioni plausibili per una storia così inverosimile: una famiglia che fa crescere la bimba appena nata a una coppia di cugini che, all’improvviso, quando lei ha 14 anni, la restituiscono al mittente. Mentre segui la sua storia vivi in una specie di bolla, esattamente come lei. Cerchi di comprendere ma non ci riesci. Provi ad affezionarti alla nuova famiglia ma è impossibile, non sono buoni con lei, non dimostrano l’affetto come facevano i suoi falsi genitori; o forse, semplicemente, questo è il loro modo di vivere la famiglia, nella povertà estrema di un paesino italiano degli anni ’70. L’unico sentimento a cui aggrapparsi è quello verso la sorella più piccola, Adriana, che fin da subito l’aiuta, la difende, se ne fa carico, e cerca di farla sopravvivere nella nuova normalità.
– No, no, a essa no! – Era l’urlo di Adriana. – Mo pulisco io, non devi mena’ pure a essa, – ha insistito fermando un braccio della madre, nel tentativo di difendere la mia unicità, la differenza tra me e gli altri figli, lei compresa.
Poi, mentre passano i mesi, arriva la rabbia, quella tua che leggi e quella della protagonista, perché la frattura che le hanno aperto nel cuore è mancanza, è abbandono, è un vuoto che l’accompagnerà per tutta la vita e che la fa dubitare di appartenere a chiunque. Non sa più chi è, non sa da dove proviene, si sente differente da tutti, in casa e a scuola.
Io non conoscevo nessuna fame e abitavo come una straniera tra gli affamati. Il privilegio che portavo dalla vita precedente mi distingueva, mi isolava nella famiglia. Ero l’Aminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. Invidiavo le compagne di scuola del paese e persino Adriana, per la certezza delle loro madri.
Il dolore che prova pervade tutta la narrazione e lo senti sullo sfondo anche quando accenna al presente. Ogni tanto infatti la sua narrazione interrompe il flusso dei ricordi con un’affermazione che ti fa capire che ormai è adulta, e sta raccontando gli anni della sua adolescenza. E senti lo stesso smarrimento, seppur ormai controllato, che ha patito per anni, fino a quando tutte le bugie, le storie nascoste, non sono finalmente venute a galla e invece di confortarla l’hanno fatta sentire ancora più abbandonata. È stato straziante sentire quanto la mancanza della figura materna l’abbia destabilizzata e abbia cambiato la sua visione della vita.
Erano ai miei occhi le mamme normali, quelle che avevano partorito i figli e li avevano tenuti con sé. Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.
Ed è stato altrettanto toccante, alla fine, capire che questo abbandono l’ha resa forte, capace di affrontare e gestire la vita da sola, con l’unica gioia della sorella Adriana. La ragazza abbandonata ha finalmente ritrovato se stessa, si è conosciuta e ha imparato ad amarsi. Forse quel vuoto non l’ha mai colmato, ma l’ha accettato ed è andata avanti.

