Il nero e l’argento – Paolo Giordano

Titolo: Il nero e l’argento
Autore: Paolo Giordano
Genere: romanzo
Pagine: 118
Prezzo: 10,00
Trama libro
È dentro le stanze che le famiglie crescono: strepitanti, incerte, allegre, spaventate. Giovani coppie alle prime armi, pronte ad abbracciarsi o a perdersi. Come Nora e suo marito. Ma di quelle stanze bisogna prima o poi spalancare porte e finestre, aprirsi al tempo che passa, all’aria di fuori. “A lungo andare ogni amore ha bisogno di qualcuno che lo veda e riconosca, che lo avvalori, altrimenti rischia di essere scambiato per un malinteso”. È così che la signora A., nell’attimo stesso in cui entra in casa per occuparsi delle faccende domestiche, diventa la custode della loro relazione, la bussola per orientarsi nella bonaccia e nella burrasca. Con le pantofole allineate accanto alla porta e gli scontrini esatti al centesimo, l’appropriazione indebita della cucina e i pochi tesori di una sua vita segreta, appare fin da subito solida, testarda, magica, incrollabile. “La signora A. era la sola vera testimone dell’impresa che compivamo giorno dopo giorno, la sola testimone del legame che ci univa. Senza il suo sguardo ci sentivamo in pericolo”.
Autore libro
Paolo Giordano, classe 1982, è un fisico italiano impegnato nella ricerca scientifica, e nello stesso tempo un rinomato scrittore. Esordisce in libreria nel 2008 con “La solitudine dei numeri primi” che vince il premio Strega (si tratta dell’autore più giovane ad averlo mai vinto, a soli 26 anni) e vende oltre un milione di copie. Due curiosità sul romanzo: il concetto dei numeri primi gemelli, separati da un solo numero pari che non permette loro di scontrarsi, Giordano lo ha scovato durante la stesura del libro; per la copertina è stato scelto l’autoscatto di una ragazza olandese, e lo scrittore sostiene che gran parte dell’attrazione del libro derivi dallo sguardo ambiguo che mostra. Nel 2012 esce “Il corpo umano“, “Il nero e l’argento” e nel 2018 “Divorare il cielo“.
Recensione
Abituata alla scrittura intensa, intima e introspettiva di Paolo Giordano, in cui lo studio dei protagonisti, della loro anima e dei dissidi che li contraddistinguono, è l’elemento portante delle sue storie, ho letto questo breve romanzo cercando qualcosa che non ho trovato. La scrittura è sempre la sua: riconoscibile e piacevole, sempre scorrevole e ammaliante, con quella sua capacità di scandagliare l’essere umano e mettere in luce le sue crisi, i suoi dolori, le difficoltà della vita. Eppure stavolta è stato tutto troppo veloce e credo di aver mancato quello che doveva essere il fulcro del libro. La mia attenzione avrebbe dovuto focalizzarsi, immagino, sulla coppia di protagonisti, marito e moglie, e sulla crisi che devono affrontare quando non possono più guardarsi con gli occhi della loro cara tata, la signora A. Mi spiego meglio. Il marito (di cui non so il nome perché è il narratore) ha sempre creduto che lui e Nora, la moglie, fossero il nero e l’argento, i colori che rispecchiano i loro umori: lui è malinconico per natura, lei invece è la rappresentazione della vitalità, quindi l’ha sempre vista color argento, come il più bianco e radioso di tutti i metalli. Ha sempre pensato che i loro colori si sarebbero mischiati creando qualcosa di nuovo, ma ora guarda il loro matrimonio e capisce che resteranno sempre comunque due personalità differenti e divise. Quello che devono capire e come tenere unite queste diversità. Finora ci aveva sempre pensato la signora A., prima solo domestica, poi tata del piccolo Emanuele e infine a tutti gli effetti un membro della loro famiglia, tanto da passare con loro persino le festività. È nei suoi occhi che si sono sempre specchiati e considerati coppia.
La signora A. era la sola sola vera testimone dell’impresa che compivamo giorno dopo giorno, la sola testimone del legame che ci univa. A lungo andare ogni amore ha bisogno di qualcuno che lo veda e riconosca, che lo avvalori, altrimenti rischia di essere scambiato per un malinteso. Senza il suo sguardo ci sentivamo in pericolo.
Finché la malattia non arriva improvvisa e crudele a prendersi la loro Babette, e i due si ritrovano soli e non sanno più guardarsi. Il mio problema con la storia è che non ho sentito nessuna emozione nei confronti di questi due protagonisti e ho avuto la sensazione che il loro risveglio sia stato trattato velocemente e senza profondità. Al contrario, a metà libro arriva quel dramma che attendevo, che si riversa sulla signora A. Questa donna sola, vedova, ha vissuto gli ultimi anni con loro e per loro, soprattutto per quel bambino che considera il suo unico nipote. Una mattina all’improvviso sparisce dalla loro vite. Tutto l’amore, l’attenzione e la cura che aveva per questa famiglia sono risucchiati dal cancro, che è arrivato inaspettato e che come spesso accade, non sa come affrontare. Una situazione assolutamente comprensibile e umana, certo, ma osservarla mentre lascia sparire la sua vita e quella del marito è doloroso e deprimente. Babette, malata, desidera essere sempre al centro dell’attenzione. Parla solo del suo male e vuole che il resto del mondo faccia lo stesso, quasi avesse paura di sparire ai loro occhi.
Emanuele non può capire alcunché di tutto questo, dell’egocentrismo a cui la malattia costringe. Mi trovo fra due fuochi ardenti di aspettative e risentimento: da una parte un’anziana donna malata, dall’altra un allievo della scuola elementare, entrambi bramosi di avere tutti gli occhi su di sé, per la paura di scomparire altrimenti.
Il paradosso è che questo è proprio ciò che accadrà. Lei ha tenuto in vita il ricordo del marito, perso troppo presto, tenendo da parte con cura maniacale tutti gli oggetti che gli erano più cari, proteggendoli dal tempo e dalla rovina. Alla fine non si premurerà di trovar loro una destinazione, facendo cadere nell’oblio due intere vite.
La signora A. aveva avuto tutto il tempo, mesi e mesi per assicurare a quei cimeli una discendenza e un senso, e non aveva fatto niente. Di lei, di tutto ciò che aveva custodito per una vita non erano rimasti segni.
E’ stata questa incapacità della signora A. di lasciare una traccia del suo passaggio che mi ha spezzato il cuore, perché non solo mi è sembrata fin troppo umana ma anche spaventosamente triste. Mi dispiace non essere stata in grado di apprezzare maggiormente il romanzo, ma la signora A. è l’unico personaggio che ha destato in me delle emozioni e che ricorderò a lungo.

