Trilogia della città di K. – Agota Kristof

Trilogia della città di K. – Agota Kristof

libro

Titolo: Trilogia della città di K.

Autore: Agota Kristof

Genere: romanzo

Pagine: 384

Prezzo: 14,00


Trama libro

«Tutto ha inizio con due gemelli che una madre disperata è costretta ad affidare alla nonna, lontano da una grande città dove cadono le bombe e manca il cibo. Siamo in un paese dell’Est, ma né l’Ungheria né alcun luogo preciso vengono mai nominati. Un inizio folgorante che ci immette di colpo nel tempo atroce dell’ultima guerra raccontandolo come una metafora. La nonna è una “vecchia strega” sporca, avara e senza cuore e i due gemelli, indivisibili e intercambiabili quasi avessero un’anima sola, sono due piccoli maghi dalla prodigiosa intelligenza. Intorno a loro ruotano personaggi disegnati con pochi tratti scarni su uno sfondo di fame e di morte. Favola nera dove tutto è reso veloce ed essenziale da una scrittura limpida e asciutta che non lascia spazio alle divagazioni. Un avvenimento tira l’altro come se una mano misteriosa e ricca di sensualità li cavasse fuori dal cilindro di un prestigiatore crudele».


Recensione libro

Quando chiudo un libro di solito ho una di queste due reazioni: o mi è piaciuto oppure ne sono rimasta delusa. Raramente mi capita di terminare una lettura e ritrovarmi a pensare “ma che cosa ho appena letto?” Eppure la sensazione più forte che ti lascia questo romanzo è proprio quella di sorpresa, perplessità e un lieve sgomento. Anche se l’autrice dissemina il secondo e il terzo capitolo di piccoli indizi, lasciandoti credere di aver svelato l’intreccio, quando metti la parola fine a quest’avventura non sei più così sicuro di aver capito, ti chiedi cosa sia vero e cosa sia totalmente inventato di tutta questa curiosa e lacerante storia. A conti fatti “Trilogia della città di K.” mi è piaciuto, ma non posso dire di considerarlo un capolavoro come ho spesso sentito dire. Credo sia un libro geniale, atipico e ben scritto, ma non per tutti e di difficile lettura. Nella prima parte, che è quella più intensa e che ho più amato, la scrittura è fredda, tagliente, veloce. I dialoghi sono un botta e risposta senza quasi narrazione e sulla storia aleggia un velo di inquietudine e angoscia giustificato dallo sfondo storico. Per quanto l’autrice non faccia mai nomi, si intuisce che è ambientato in qualche città dell’est Europa durante la Seconda Guerra Mondiale: le difficoltà della vita quotidiana, alcune atrocità che avvengono, ci portano chiaramente in un paese segnato dalla dominazione tedesca prima, e dalla liberazione sovietica poi.

“Il grande quaderno”, il primo dei tre racconti di cui è costituito il romanzo, mi ha rapita fin dalle prime pagine ed è destabilizzante e angosciante, eppure magnetico. La sensazione è che questi due bambini, questi fratelli gemelli di cui per decine di pagine non sappiamo neppure il nome, prendano degli appunti veloci su tutto quello che accade nella loro vita, dopo che vengono portati dalla madre in campagna per vivere con una nonna megera, una vecchia strega, di cui non conoscevano l’esistenza. E già in questa prima fase ti accorgi di quanto la storia sia originale, atipica: tutto è troppo forte ed eccessivo. Sembra quasi improbabile che tante sfortune e tanti eventi così drammatici possano accadere a due comuni bambini.

Nostra Nonna è la madre di nostra Madre. Prima di venire ad abitare da lei non sapevamo che nostra Madre avesse ancora una madre.

La chiamiamo Nonna.

La gente la chiama Strega.

Lei ci chiama figli di cagna.

Mi sono chiesta a quel punto se non fosse solo il modo dell’autrice di mettere su carta le violenze e le atrocità della guerra. Una trovata tanto brillante quanto opprimente per mostrare innanzitutto i timori più diffusi di quel momento storico così difficile: la paura di morire di freddo, di fame, di essere giustiziati, di subire violenze; e poi ancora l’istinto di sopravvivenza dell’uomo, la povertà, l’ignoranza che contribuisce a incattivire gli animi. Finché, alla fine della prima parte, quell’ultima scena, incomprensibile nella sua assurdità, non ha ribaltato tutto ciò in cui avevo creduto e mi ha fatto dubitare da quel momento in poi di tutto quello che avveniva. Cosa era vero e cosa frutto dell’immaginazione? Forse la menzogna portata avanti serve a raccontare una verità troppo triste; è necessaria per poter convivere con la verità.

La terza parte, quella in cui l’intreccio inizia a sciogliersi e il registro stilistico cambia completamente divenendo più narrativo, è stata per me quella più lenta e caotica. Ho spesso perso il filo del discorso; ho cambiato idea più volte, ho avuto difficoltà a mantenere la mente lucida. Ma quando è arrivato il finale, inaspettato, ho ritrovato per un attimo quella follia e quella crudeltà che mi avevano affascinato all’inizio. Io mi sono data una spiegazione. Chissà se è quella corretta. Sono felice di aver recuperato questa lettura così divisiva all’interno della comunità letteraria. Il mio giudizio si pone a metà tra la grande narrativa e quella che ti lascia con un senso di insoddisfazione personale.

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