La Malnata – Beatrice Salvioni

La Malnata – Beatrice Salvioni

libro

Titolo: La Malnata

Autore: Beatrice Salvioni

Genere: romanzo

Pagine: 241

Prezzo: 17,50


Trama libro

Monza, marzo 1936: sulla riva del Lambro, due ragazzine cercano di nascondere il cadavere di un uomo che ha appuntata sulla camicia una spilla con il fascio e il tricolore. Sono sconvolte e semisvestite. È Francesca a raccontare in prima persona la storia che le ha condotte fino a lì. Dodicenne perbene di famiglia borghese, ogni giorno spia dal ponte una ragazza che gioca assieme ai maschi nel fiume, con i piedi nudi e la gonna sollevata, le gambe graffiate e sporche di fango. Sogna di diventare sua amica, nonostante tutti in città la considerino una che scaglia maledizioni, e la disprezzino chiamandola Malnata. Ma quella sua aria decisa, l’aria di una che non ha paura di niente, la affascina. Sarà il furto delle ciliegie, la sua prima bugia, a farle diventare amiche. Sullo sfondo della guerra di Abissinia, del dolore per la perdita e degli scompigli dell’adolescenza, Francesca impara con lei a denunciare la sopraffazione e l’abuso di potere, soprattutto quello maschile, nonostante la riprovazione della comunità.


Autore

Beatrice Salvioni è una scrittrice italiana. Si è diplomata alla Scuola Holden e ha vinto il Premio Calvino racconti. “La Malnata” è il suo esordio letterario, che ha ottenuto un successo immediato ed è stato seguito da “La malacarne”.


Recensione libro

A volte quando affronto la lettura di un libro che ha avuto tanto successo, soprattutto quando ci arrivo in notevole ritardo, temo che le aspettative che si sono accumulate possano pesare troppo e modificare il mio giudizio. È per questo che mi sono avvicinata al libro della Salvioni con timore, ma dopo pochissime pagine ero così dentro la storia che non ricordavo nulla di quello che mi aspettavo. Quanti aggettivi si possono trovare per descrivere una cosa che ci è piaciuta? Qualcosa che ci ha toccato il cuore, l’anima e la mente? Non lo so. Non riesco a trovarli in questo momento. Riesco solo a pensare che vorrei ancora essere lì, su quel muretto in riva al Lambro, insieme alle due protagoniste e guardarle vivere. Francesca e Maddalena saranno sempre per me due figure vive, che respirano, soffrono, ridono e piangono. So che ogni volta che le cercherò potrò trovarle sulla riva del fiume, dove le ho lasciate a malincuore. E questo perché Beatrice Salvioni è riuscita a regalarci una storia intensa e vibrante di dolore, di paura, di senso di colpa e di oppressione, ma anche rischiarata da un’amicizia che riesce a curare entrambe. La scrittura della Salvioni è una delle più intime e toccanti che ho incontrato in questi ultimi anni. È come un fiume, che scorre calmo ma inarrestabile. Le parole fluiscono da sole e sembrano leggere, invece tagliano, incidono solchi nell’anima, feriscono e modellano domande che silenziosamente si posano sul cuore aspettando risposte.

L’autrice ha scelto un Italia crudele, difficile, che si insinua nelle vite di queste due ragazzine in modo silenzioso ma lacerante. È l’Italia che vede la classe politica fascista prendere il potere e decidere chi può restare e chi non è gradito. Ancora più di prima, la nuova società pretende che le donne siano solo “femmine”: pacate, educate, al loro posto, silenziose e soprattutto superficiali. Non si devono interessare davvero alla vita, ma la devono attraversare senza farsi notare. Francesca fa parte di una di quelle famiglie che si adattano al nuovo potere pur di ottenerne i favori. Due genitori che non riescono o non sono capaci di dimostrare affetto, ma sono bravissimi a dispensare giudizi. La vogliono sempre pulita, ben vestita e ferma al suo posto, su quella panca in chiesa, dove deve solo recitare la parte della buona figlia d’Italia. Invece Francesca è attratta in modo inesorabile dall’unica ragazzina che le è stato vietato di guardare: la Malnata. Quella che passa le giornate in riva al fiume in compagnia di due maschi, che ha le ginocchia sbucciate, le braccia sempre graffiate da giochi poco femminili, gli abiti sporchi di fango e scuciti.

Nel mondo della Malnata si gareggiava a farsi graffiare dai gatti e il dolore si leccava via insieme al sangue. Era un mondo in cui non si poteva giocare a far finta di essere qualcosa che non eri e si parlava coi maschi guardandoli negli occhi. Lo osservavo ferma sull’orlo, il suo mondo, pronta a scivolarci dentro. E non vedevo l’ora di cadere.

E’ con occhi curiosi e forse invidiosi che Francesca spia la Malnata e la sua vita vissuta in modo pericoloso e contro le regole, che lei non vorrebbe solo osservare, ma di cui vorrebbe far parte. Francesca che non si interessa delle dicerie della gente e che vorrebbe scoprire chi c’è davvero dietro quel nome così crudele.

La chiamavano la Malnata e non piaceva a nessuno. Dire il suo nome portava sfortuna. Era una strega, una di quelle che ti appiccicano addosso il respiro della morte. Aveva il demonio dentro e con lei non ci dovevo parlare.

Ma per Francesca la Malnata è solo una ragazzina come tante, forse pericolosa, ma di sicuro più interessante, e quando riesce a farsi notare da Maddalena sono due mondi differenti che si scontrano e si trovano affini. Francesca sarà l’unica a guardare Maddalena senza pregiudizi, a vederla davvero, e Maddalena le insegnerà che respirare non significa davvero vivere. Il dolore più forte l’ho provato quando mi sono resa conto che la Malnata è talmente abituata a essere considerata una portatrice di sciagure che ha finito per crederci e si condanna da sola per qualcosa di cui non ha colpa. E quando persino in casa cammina come se fosse un fantasma, il suo cuore non fa una piega, mentre il tuo si spezza. L’amicizia tra la Malnata e Francesca darà loro la forza di ribellarsi a una società offuscata dall’angoscia per la guerra, dalla violenza fascista e soprattutto dal sessismo che le mette in costante pericolo. Maddalena e Francesca sono due personaggi che bucano le pagine e si fanno persone reali, fragili e impavide, spezzate e caparbie, unite contro tutto e tutti. Amiche. Sempre. Anche quando la vita le metterà davanti al pericolo più grande, quello di ribellarsi all’ingiustizie e agli uomini che credono di poterle usare a loro piacimento anche contro la loro volontà. In un’Italia in cui la donna non ha voce, Maddalena e Francesca urlano la loro libertà.

Forse significava questo, essere grande e donna: non era il sangue che veniva una volta al mese, non erano i commenti degli uomini o i bei vestiti. Era incontrare gli occhi di un uomo che ti diceva: «Sei mia» e rispondergli: «Io non sono di nessuno».

L’esordio di Beatrice Salvioni è una delle storie più potenti che abbia mai letto; una di quelle che ti tolgono il respiro, per cui ti ritrovi a sorridere e poi piangere, hai voglia di urlare fino a non avere più voce, e poi vorresti abbracciarle e non lasciarle più andare. E l’unico modo che ho per farvi capire quello che provo a libro chiuso è prendere in prestito le parole che il signor Tresoldi rivolge a Maddalena:

– Pensavo tu fossi davvero quella che fa rompere la testa, sai? Ma la verità è che tu nella testa della gente ci entri per non uscirne più. E’ questo che fai.

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