Agnes Grey – Anne Brontë

Agnes Grey – Anne Brontë

Titolo: Agnes Grey

Autore: Anne Brontë

Editore: Mondadori

Genere: romanzo

Pagine: 288

Voto del Pubblico (IBS): 4 su 5

Prezzo: 9,00

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Trama

Ormai adulta e protetta da nomi inventati, la protagonista di questo diario decide di raccontare le vicissitudini della sua gioventù, sperando che la lieve morale che ne deriva possa essere d’aiuto a qualche lettore. Figlia di un parroco inglese senza grandi ricchezze e di una madre che per amore abbandonò l’agiatezza della sua famiglia, Agnes Grey cresce insieme alla sorella Mary nel più totale isolamento, studiando in casa con la mamma. Quando uno sfortunato incidente economico riduce la famiglia sulla soglia della povertà, Agnes, che ha già diciotto anni, decide di offrirsi come istitutrice privata per aiutare i suoi genitori. Il primo impiego è un disastro: i bambini dei Signori Bloomfield sono piccoli monelli viziati, dall’animo cattivo e prepotente; non hanno nessuna simpatia per lo studio e si prendono gioco di lei, ben sapendo che le è proibito trattarli con severità.

Il secondo impiego prevede l’istruzione di ragazzi ben più grandi, figli dei Signori Murray. Dopo pochi mesi, di tutti i membri della famiglia le restano solo le due femmine, Rosalie e Matilda, poco inclini allo studio ma almeno più facili da gestire. Anche la loro educazione e il loro contegno, secondo Agnes, sono stati rovinati dall’assenza della famiglia e le ragazze risultano comunque superficiali, snob e gravemente intolleranti verso le classi inferiori. La vita di Agnes prosegue dunque priva di qualunque conforto o di stimoli sociali. Rinchiusa in casa con le studentesse, ignorata dalla società che queste frequentano, come se fosse una semplice cameriera, Agnes si sente persa e insoddisfatta. Almeno fino a quando arriva in paese il nuovo coadiutore del parroco, il Signor Weston, che sembra essere l’unica persona ad accorgersi della sua esistenza e ad avere piacere a conversare con lei. Ma la vita ha in serbo per la ragazza ancora tante prove, che lei affronterà con determinazione e una profonda fede.


Autore

Anne Brontë (1820-1849) è stata una scrittrice inglese di grande fama nell’Ottocento vittoriano, anche se meno apprezzata rispetto alle sorelle Charlotte e Emily. Anne fu istruita in casa, a differenza delle sorelle che ebbero invece il permesso di frequentare una scuola. Insieme, le tre ragazze pubblicarono diverse poesie, sfruttando pseudonimi maschili per non dover affrontare il giudizio della società. Così, sotto il nome di Acton Bell, Anne pubblicherà “Agnes Grey“, che non riceverà il plauso di pubblico e critica perché considerato meno potente dei capolavori di Charlotte e Emily, che avevano appena pubblicato “Jane Eyre” e “Cime tempestose“. Il secondo libro, “La signora di Wildfell Hall“, nonostante sia più impegnativo e serio, venne criticato per il linguaggio brutale e deplorevole. Anne morì di tubercolosi in un ricovero a Scarborough, dove aveva ambientato i suoi romanzi.


Recensione

Sono arrivata ad Anne Brontë dopo aver letto le opere maggiori delle sorelle e ammetto che forse le mie aspettative erano troppo alte e non ho trovato quello che cercavo. Non posso negare che anche “Agnes Grey” sia un’opera degna di nota e di ammirazione per l’epoca in cui è stata scritta. Tra l’altro Anne possiede una scrittura elegante, fluida e scorrevole, che ci offre descrizioni vivide e affascinanti dei luoghi che ama, dai boschi in cui è nata alle scogliere del paesino in cui si trasferisce con la madre. La caratterizzazione dei personaggi è ottima; anche quando non hanno un ruolo principale o li vediamo in scene veloci, destano sempre sentimenti forti, dalla rabbia all’antipatia, dal disprezzo alla tenerezza. Questo grazie alla narrazione in prima persona, da parte della protagonista, che ce li mostra con i suoi occhi, creando figure molto vivide.

Eppure, nonostante questo, Anne Brontë non è riuscita a comunicarmi quella passione che mi aspettavo da una simile storia d’amore. In primo luogo, forse, perché arriva troppo tardi nel romanzo; ma soprattutto perché viene trattata in modo piuttosto veloce e superficiale. Mi è mancata l’empatia con la protagonista, con il suo dolore, le sue insicurezze, il suo ardore. Capisco ora, dopo averlo letto, perché il romanzo non ottenne lo stesso successo di quelli delle sorelle, pubblicati nello stesso anno. Mentre “Jane Eyre” di Charlotte veniva osannato da critica e pubblico, e “Cime tempestose” di Emily sconvolgeva la morale della società vittoriana, attirando critiche violente per l’amore distruttivo e privo di redenzione dei due protagonisti, il romanzo di Anne passa quasi inosservato. Resta infatti sospeso tra la letteratura poetica, gentile, innocente e ironica di Jane Austen e i nuovi romanzi femminili, caratterizzati da eroine forti, indipendenti, intrepide e decise a combattere contro la morale corrente. Sembra, a mio parere, che Anne sia tra le sorelle Brontë quella legata ancora alla precedente letteratura: probabilmente avrebbe ottenuto maggior successo se fosse vissuta tre decenni prima o se le sorelle non avessero pubblicato quei capolavori che cambiarono per sempre il romanzo femminile.

Quello che non si può negare però è il peso del romanzo nel descrivere uno spaccato della società vittoriana che trattava le istitutrici come semplici cameriere, relegandole ai livelli più bassi della scala sociale. Scritto sulla base della sua esperienza personale, Anne Brontë intende criticare il ruolo secondario imposto alla donna, che non ha il permesso di lavorare a meno che non provenga dalla classe povera. In “Agnes Grey” c’è una palese critica all’educazione dei bambini nelle famiglie benestanti inglesi. I genitori sono in pratica assenti e ai figli è richiesto solo di essere puliti, presentabili e di fare bella figura.

Per le ragazze, sembrava soltanto ansiosa (Miss Murray) di saperle quanto più possibile superficialmente attraenti e provviste di nozioni che facessero bella figura, purché questo non fosse per loro fonte di alcun fastidio o problema.

Un’ulteriore condanna è quella rivolta alle classi sociali inferiori, incapaci secondo Agnes, a causa della loro ignoranza, di ragionare con la propria testa e di seguire quelli che considera sani principi di vita: pazienza, carità, comprensione, bontà. C’è in tutto il romanzo una preoccupazione continua di distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Il libro è pieno di buoni insegnamenti, come quello di amare il prossimo, alimentati da continue citazioni della Bibbia. Credo abbia contribuito a questa scelta la sua educazione all’interno di una famiglia molto religiosa, con un padre sacerdote, che l’ha portata a credere fermamente che le prove a cui siamo sottoposti servono a rafforzare il carattere di una persona e la sua fede.

C’è nel cuore una forza intrinseca che gli dà forza contro la violenza esterna. Ogni colpo che lo scuote serve a indurirlo contro il colpo futuro.

Agnes è la tipica eroina la cui famiglia cade in disgrazia e che si impegna col suo lavoro per risollevarne le sorti. Ma la società dell’epoca, che non vedeva di buon occhio il lavoro femminile, la relega tra le classi indegne di partecipare alla vita mondana. Così, a soli vent’anni, Agnes si sente intrappolata in un mondo che non le offre opportunità di migliorarsi, chiusa fra quelle quattro mura in cui perfino i domestici la trattano con scortesia. Non ha amici, non ha la possibilità di conoscere persone in grado di farla crescere con conversazioni stimolanti ed edificanti.

Mai mi giungeva dall’esterno un’idea nuova o un pensiero stimolante; e quelli che nascevano in me venivano condannati a ammalarsi e a morire perché non riuscivano a vedere la luce.

E questa situazione la spaventa e la porta a credere che vivere tra gente rozza e ignorante, o ancor più, ricca e viziata, priva di sani principi morali, possa portare anche lei verso l’assimilazione di tali caratteristiche. Può l’essere umano essere tanto condizionato dall’ambiente in cui vive da cambiare il suo pensiero? E’ la domanda che tormenta la povera Agnes.

Se un uomo civilizzato fosse costretto a trascorrere una dozzina di anni in mezzo a una razza di selvaggi, se non avesse il potere di migliorarli, mi chiedo davvero se, al termine di quel periodo, non diventerebbe lui stesso un barbaro.

Infine, ultima nota dolente, l’amore. La sua visione romantica, ingenua e fedele verso un amore edificante che possa legare una donna a un uomo, nella speranza di comprendersi a vicenda e apprezzarsi, si scontra con la visione delle donne dell’Ottocento, il cui unico scopo era un matrimonio conveniente con un buon partito, diverse proprietà terriere e una buona posizione sociale. Matrimoni spesso combinati dopo un solo ballo, che lasciano intravedere soltanto in seguito il malassortimento della coppia.

Pensare che io sia tanto sciocca da potermi innamorare? E’ davvero poco dignitoso per una donna. Amore! Detesto la parola.

Cosa posso dire alla fine della lettura? Il romanzo di Anne Brontë si lascia leggere, nonostante sia meno incisivo e più superficiale di tante altre opere di quello stesso periodo. E’ un racconto piacevole, ma non lo ritengo un capolavoro classico. E’ un libro che tenta, a suo modo, di comunicare una piccola morale, nella speranza che possa essere d’aiuto alle ragazze della sua epoca. Se lo leggerete in quest’ottica, probabilmente vi piacerà. Io lo trovo purtroppo debole e offuscato dagli indiscussi capolavori delle sorelle. Ma forse ne era consapevole anche l’autrice, che ci avvisa a inizio libro di quello che potremo trovare.

In ogni storia vera è racchiusa una morale; in alcune può essere difficile trovarla e, dopo averla trovata, è così povera e piccola che non valeva la pena schiacciare il guscio per quella noce rinsecchita.


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