La scomparsa di Majorana – Leonardo Sciascia

La scomparsa di Majorana – Leonardo Sciascia

Titolo: La scomparsa di Majorana

Autore: Leonardo Sciascia

Editore: Adelphi

Genere: biografia

Pagine: 119

Prezzo: 10,00


Trama

Fra la partenza e l’arrivo in un viaggio per mare da Palermo a Napoli, il 26 marzo 1938, si perdono le tracce del trentunenne fisico siciliano Ettore Majorana, definito da Fermi un genio della statura di Galileo e di Newton. Suicidio, come gli inquirenti dell’epoca vogliono lasciar credere, o volontaria fuga dal mondo e, soprattutto, dai terribili sviluppi che una mente così acuta e geniale può aver letto nel futuro della scienza, prossima alla messa a punto della bomba atomica? Su questo interrogativo Sciascia costruisce uno dei suoi romanzi più intensi per la finezza dell’analisi e dell’immedesimazione in moventi non detti, come nella logica e nell’etica segreta di Majorana.


Autore

Leonardo Sciascia (1921 – 1989) è stato scrittore, giornalista, saggista, drammaturgo, politico e insegnante di italiano. Tra le figure più importanti del Novecento, non si stancò mai nei suoi libri di studiare i mali e le contraddizioni della sua terra d’origine, la Sicilia, anche se con un pessimismo che raramente lo abbandonò. Nella sua ampia opera letteraria ricordiamo “Il giorno della civetta“, “Il consiglio d’Egitto”, “A ciascuno il suo”, “La scomparsa di Majorana“, “Una storia semplice e tanti altri testi che spaziano dal giallo al romanzo, dal saggio letterario alla raccolta di poesie, fino alle sceneggiature teatrali.


Recensione

La scomparsa di Majorana” è una ricostruzione precisa e attenta della triste vicenda del fisico siciliano, nella quale Sciascia prende aperta posizione verso una delle tante ipotesi che ancora oggi circolano sulla scomparsa di Ettore Majorana, scienziato attivo negli anni ’30, frequentatore del laboratorio di via Panisperna e dei famosi “ragazzi” che operarono insieme a Enrico Fermi. Sciascia ci offre una descrizione non solo della vita del grande scienziato, che può essere trovata ovunque, ma si dilunga nella ricostruzione della sua personalità, per cercare di dimostrare quali sono gli elementi che lo hanno portato a credere all’ipotesi della scomparsa volontaria e non a quella del suicidio. Ne esce la figura di un genio, come afferma lo stesso Fermi dopo la sua scomparsa; un genio della fisica e della matematica come ne capitano raramente, in grado di anticipare scoperte che i suoi colleghi vedranno solo dopo mesi. Nonostante l’alta opinione che ne aveva, Fermi e Majorana non ebbero mai un buon rapporto, anzi, tra loro ci fu fin dall’inizio un forte antagonismo. Majorana perse presto l’interesse per il lavoro svolto in via Panisperna e si trasferì in Germania, dove invece instaurò uno stretto rapporto con il fisico Heisenberg. Sciascia sottolinea la diversità tra il fisico siciliano e i ragazzi di via Panisperna, confermando le parole di Fermi sulla sua unicità.

Fermi e i “ragazzi” cercavano, mentre lui semplicemente trovava. Per quelli la scienza era un fatto di volontà, per lui di natura.

Appurato che secondo Sciascia non si può accusare la polizia dell’epoca di aver preso sottogamba l’indagine, anche lui ammette che fu breve. Il fisico d’altronde aveva lasciato due lettere in cui annunciava il suo volere di togliersi la vita, ponendo alle autorità il problematico dilemma di scegliere tra suicidio e follia.

Che Majorana non fosse morto o che, ancora vivo, non fosse pazzo, non si sapeva né si poteva concepire. L’alternativa che il caso poneva stava tra la morte e la follia. Perché di questo si trattava: di una partita da giocare contro un uomo intelligentissimo che aveva deciso di scomparire.

Superata la colpa delle indagini insufficienti, Sciascia ci offre una visione più intima di Majorana: un uomo a volte scontroso, solitario, con difficoltà di comunicazione con gli altri e spaventato quasi dal suo ruolo di insegnante. Un genio che sminuiva continuamente le sue scoperte, che aveva paura di esporle, tanto da lasciare ad altri la fama, quando questi arrivarono alle stesse conclusioni con notevole ritardo. Perché tanta volontà di restare nell’ombra? Di rallentare quasi la sua opera?

Nel genio precoce la vita ha una invalicabile misura: di tempo, di opera. Appena toccata, nell’opera, una compiutezza, appena dopo è la morte. (Majorana) gioca col tempo, tenta di sottrarsi all’opera, all’opera che conclusa conclude. Che conclude la sua vita.

Un rapporto quindi estremamente conflittuale, quello di Majorana, col suo lavoro: forse non lo amava come altri suoi colleghi, ma non poteva evitare di vedere cose che ad altri erano precluse. Forse fu questa sua capacità estrema di percepire gli sviluppi delle loro scoperte (in un momento storico particolare che si avviava alla seconda guerra mondiale e alla bomba atomica) che destabilizzò definitivamente lo scienziato: forse aveva previsto come poteva essere usata la loro scoperta della scissione nucleare e si era spaventato. Alcuni dettagli, come sottolinea lo scrittore, ci inducono a pensare che Majorana progettò attentamente la sua scomparsa: il suo passaporto non fu trovato tra i suoi beni (quindi probabilmente lo portò con sé) e prima di salire su quella nave aveva ritirato improvvisamente dal suo conto gli ultimi cinque stipendi, che non aveva mai toccato. Perché darsi tanta pena se aveva deciso di morire? Oltre a questo, Sciascia insiste su una delle tante testimonianze che lo videro a Napoli nei giorni successivi e che la polizia liquidò come immaginarie. La persona in questione, però, era l’infermiera che aveva lavorato per anni con lui e che difficilmente avrebbe potuto confonderlo.

Un libricino intenso e delicato, in cui l’autore ci regala la conoscenza intima di un uomo dall’animo travagliato, che nel suo amore per la solitudine forse preferì sparire dal mondo, piuttosto che seguire la strada oscura che la scienza aveva già intrapreso. E anch’io come Sciascia mi sento più portata a credere che il grande fisico abbia giocato una partita cruciale con la società, e abbia vinto.

“I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”

(frase aggiunta, sul fascicolo della scomparsa, dal capitano della polizia, in risposta all’esortazione dello stesso Duce che scrisse “voglio che si trovi“)


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