Lascia fare al destino – Vittorio Schiraldi

Lascia fare al destino – Vittorio Schiraldi

Titolo: Lascia fare al destino

Autore: Vittorio Schiraldi

Editore: Marlin

Genere: romanzo

Pagine: 248

Prezzo: 14,00

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Trama

Da quella prima fuga da casa, quando aveva solo sedici anni, la vita di Ilaria ha iniziato a essere, per i suoi genitori, piena di buchi e di segreti, di telefonate in piena notte a voce bassa e di giorni interi passati senza farsi sentire, rientrando di nascosto la mattina. Se all’inizio il padre si è illuso che la colpa fosse di Simone, il nuovo ragazzo col quale Ilaria passa tutto il suo tempo, ben presto lui e la moglie devono ammettere con loro stessi che il cambiamento della figlia è causato dall’uso di droga. Mentre l’uomo inizia lentamente a perderla, si ritrova per assurdo a stringere un legame profondo proprio con quel ragazzo che l’ha portata su quella strada distruttiva.

Passano gli anni, i due giovani vanno e vengono dalla Thailandia, dove lei sostiene di avere avviato una produzione di oggetti d’artigianato, mentre in realtà approfitta di droghe purissime a basso costo e facilmente reperibili. Quando improvvisamente i due si lasciano, e Simone decide di voler cambiare vita, il padre di Ilaria diventa il suo consigliere e lo aiuta a reintegrarsi nella società, supportandolo persino nella sua nuova passione per la scrittura. Al contrario, Ilaria entra ed esce dalle cliniche di riabilitazione: torna a casa dai genitori per brevi periodi, in cui sembra tranquilla e pulita, per poi sparire nel nulla senza lasciare traccia, oppure facendosi ritrovare in mezzo alla strada ridotta a uno straccio. La sua famiglia è ormai abituata agli alti e bassi di una vita simile; è abituata alle attese notturne pensando a quale disgrazia può essere capitata alla figlia, alle assenze ingiustificate, ai furti in casa per poter comprare altre dosi.

Ma la vita scorre lo stesso. C’è un altro figlio a cui pensare, Ruben, che sta realizzando qualcosa di importante per il suo futuro, ma il tentativo costante di apparire come una famiglia normale li ha affaticati e ha tolto loro la serenità della routine quotidiana. Eppure, nonostante non abbiano più fiducia in Ilaria e vedano in ogni suo comportamento una ricaduta, i due genitori non possono impedirsi di amarla e di vivere ormai solo nell’attesa di un futuro in cui ancora sperano senza poterlo ammettere.


Autore

Vittorio Schiraldi (Bergamo, 1938) è uno scrittore, giornalista, regista e sceneggiatore italiano. Ha lavorato come giornalista per varie testate, tra cui Il Messaggero, Oggi, Panorama, Il Giorno, Epoca, Grazia. Ha poi iniziato a dedicarsi alla narrativa, con opere di successo come “Baciamo le mani”, “La razza superiore”, “Sii bella, sii triste”, “Siciliani si nasce“, “Ospite indesiderato“.


Recensione

Ilaria era distesa sul divano, supina, in una immobilità che dentro di me si carica di presagi che non potrò mai accettare.

Fin dalle prime pagine il romanzo di Vittorio Schiraldi avvolge il lettore con un dolore così pacato e rassegnato che all’inizio è spiazzante e ti travolge. La tragedia di questa famiglia, che ha il volto dell’eroina, è dichiarata immediatamente, con uno stile calmo e sereno, sempre pacato anche quando racconta i momenti peggiori dello situazione di Ilaria. Il linguaggio con cui è scritto il libro è piuttosto ricercato e molto elegante, anche e soprattutto nei dialoghi, che servono spesso a dichiarare le opinioni dello scrittore. Devo ammettere che questi momenti sono quelli più lenti e meno scorrevoli, forse perché mi aspettavo un linguaggio più quotidiano nell’interazione tra i personaggi; ma per il resto il romanzo scorre velocemente e l’autore instaura fin da subito un rapporto di empatia tra lettore e personaggi. Tutti i componenti della famiglia sono i grandi protagonisti di questa storia, oltre a Simone, il ragazzo che ha passato a Ilaria la prima bustina di eroina e che è poi diventato parte integrante di questa famiglia disastrata. Il narratore è proprio Mario, quel padre che, in una sorta di diario personale, ci racconta le sue giornate passate ad aspettare notizie da parte della figlia.

La vicenda si svolge in un’Italia a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80: è l’Italia delle Brigate Rosse, dell’assassinio di Moro, del passaggio di due Papi nello stesso anno e soprattutto dell’arrivo massiccio di eroina, della sua diffusione tra tutte le classi sociali, del tentativo di arginare il suo uso e di curare quei tossicodipendenti che nei primi tempi vennero visti non come malati ma come gente balorda, delinquenti, cause perse ancor prima di essere affidate a chi se ne voleva occupare. Il libro ripercorre la nascita delle prime comunità, dell’uso di metadone da parte della sanità pubblica per tentare di sostituire la dipendenza dall’eroina con quella verso un farmaco che si pensava poi di poter scalare. Ci trasporta nell’Italia che deve interagire con i primi malati di HIV, ricoverati e quasi nascosti alla vista nei manicomi appena chiusi e riconvertiti appositamente. Con la stessa serenità e calma con cui racconta la storia della figlia, da quella prima fuga da casa che la cambierà per sempre, allo stesso modo Schiraldi tratteggia un paese alle prese con un male che non sa curare e che ha difficoltà ad affrontare. Un male così oscuro e spaventoso che i genitori italiani devono ricalcolare i principi con i quali sono cresciuti, consentendo ai propri figli comportamenti prima considerati inaccettabili e ora moralmente sopportabili rispetto allo spauracchio della droga. Figli che fanno parte di quella che viene definita la “generazione scomparsa”: ragazzi che usarono la droga come ribellione personale o politica, per poi unirsi a chi semplicemente apparteneva a classi sociali più disagiate.

Ma il vero protagonista del romanzo è un senso di attesa, di accettata sofferenza e di rassegnata diversità con cui la famiglia di Ilaria è costretta a convivere. Per quanto tentino di convincersi che la vita va avanti nonostante la loro grave disgrazia, e cerchino in tutti i modi di sopravvivere come una famiglia normale, i genitori della ragazza sono consapevoli che la loro esistenza è totalmente diversa. Le loro priorità sono cambiate, così come il loro interesse verso l’esterno e quello che accade attorno a loro.

Nel giro di poche settimane il Capo dello Stato si è dimesso, al Quirinale è salito un nuovo Presidente e intanto è morto un papa. Ma questi avvenimenti sono ormai confinati oltre il perimetro dei nostri interessi, che sembrano non coincidere con quelli del mondo intorno a noi.

E così la loro interazione col mondo esterno si è fatta fredda e distaccata e alle parole viene dato un peso diverso, acquistano un valore più profondo e spesso incomprensibile a chi non vive le giornate cercando un significato in tutto, persino nelle espressioni del viso della figlia o nel colore della sua pelle.

Ai discorsi convenzionali, al normale equilibrio dei comportamenti, si è andata sostituendo una percezione diversa delle parole e dei sentimenti, come accadeva durante la guerra, nel quotidiano incombere delle bombe che qui non cadono su tutti, ma solo su famiglie come la mia che devono peraltro imparare a simulare le loro macerie, le loro stesse diversità.

A complicare una vita già difficile, la coppia deve ricordarsi ogni giorno di non dimenticare che ha un altro figlio, Ruben, con le stesse necessità di qualunque ragazzo e lo stesso bisogno di affetto e di attenzioni. Ma la droga ha tolto a questa famiglia anche la libertà di essere felice per i risultati del figlio non malato, quasi i genitori si sentissero in colpa di gioire dei suoi successi, mentre accusano la sorella di aver rovinato la loro vita oltre che la propria. Lo stesso Ruben vive il dramma di Ilaria come se dovesse evitare di pesare sulla famiglia, di non dare ulteriori pensieri a due genitori già provati, accontentandosi a volte delle briciole che restano e impegnandosi con tenacia a raggiungere i suoi obiettivi, quasi volesse compensare le mancanze della sorella.

Ruben carica il proprio ruolo e le proprie aspirazioni di consapevolezze maggiori, perché è quello il suo modo di lasciar intendere alla sorella quanto disapprovi i suoi comportamenti. E’ quello il suo tentativo di sollevare la media per fare in modo che tra lui e Ilaria venga fuori l’atteggiamento di due figli normali.

La cosa più triste è però la consapevolezza, da parte del padre e della madre della ragazza, che la loro vita di coppia si è lentamente assottigliata, finché non è rimasto loro niente altro che il ruolo di genitori, forse per alleviare il senso di colpa che provano ogni volta che si lasciano andare e tornano a essere marito e moglie. Al termine della lettura posso dire che “Lascia fare al destino” è un romanzo intenso e molto toccante, forse un poco lento nella parte centrale, ma che comunque regala emozioni forti, soprattutto se si legge con gli occhi di un genitore, che già ogni giorno combatte con un senso di responsabilità e di inadeguatezza verso i figli. Nonostante il dramma enorme che vivono, c’è comunque un sentimento di speranza che non abbandona mai la scrittura. Il padre di Ilaria è un uomo che non riesce a rassegnarsi a una fine drammatica, continuando a tenere duro e a sperare in un cambiamento, sia di Ilaria che di Simone. Una speranza che alla fine trova sostegno nella convinzione che non c’è nulla che possiamo fare, come genitori, per cambiare la storia dei nostri figli, se non aiutarli a seguire e gestire il loro destino, che non abbiamo il potere di cambiare.

I figli non ci appartengono. Appartengono solo a se stessi e al proprio futuro. Noi invece siamo il passato. O il presente, al massimo.


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