Luci nella Shoah – Matteo Corradini

Luci nella Shoah – Matteo Corradini

luci nella shoah

Titolo: Luci nella Shoah

Autore: Matteo Corradini

Editore: DeAgostini

Genere: romanzo per bambini

Pagine: 222

Prezzo: 12,90

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Trama

Vi siete mai chiesti a cosa gli ebrei si sono aggrappati, nelle loro fughe o durante le prigionie nei campi di sterminio? Avevano forse un oggetto personale, un ricordo del passato, qualcosa che abbia fatto loro compagnia in quegli anni freddi e oscuri? Se potessimo parlare con tutti quelli che si sono salvati, e anche con quelli che non sono stati così fortunati, scopriremmo che Arie ha continuato a giocare nel campo di Bergen-Belsen con una palla fatta di fango, mantenendo viva quella passione che lo porterà poi a diventare allenatore di pallavolo, una volta in salvo. Oppure potremmo accarezzare Marlene, la bambola alla quale la piccola Inge raccontava ogni sera, chiusa nel ghetto di Terezín, quello che accadeva di giorno. Scopriremmo la storia di Marthe, ventiquattrenne francese che decide di resistere e opporsi, e fingendo di essere un infermiera si infiltra nelle linee nemiche per ottenere informazioni. Potremmo forse leggere il ricettario di Mina, una delle cuoche di Terezín, che ogni giorno lotta per combattere la fame nel campo, cucinando zuppe con ingredienti inesistenti e intanto raccoglie le migliori ricette delle altre ragazze, sognando il giorno in cui potranno cucinarle alle proprie famiglie. Ventotto storie di bambini, ragazzi, uomini e donne che nel buio hanno continuato a tenere accesa una fievole luce grazie a un oggetto, un ricordo, un pensiero, una melodia. Qualunque cosa potesse ricordare loro che c’era stato un tempo migliore e che, soprattutto, avrebbe potuto esserci di nuovo, se fossero riusciti a sopravvivere abbastanza a lungo.


Autore

Matteo Corradini è uno scrittore italiano, particolarmente impegnato nella Didattica della Memoria. I suoi romanzi sono diretti perlopiù a bambini e ragazzi e raccontano storie sulla Shoah. Da diversi anni studia il campo di concentramento di Terezín, nella Repubblica Ceca, recuperando storie, oggetti e strumenti musicali. Nel 2017 ha curato la nuova edizione del “Diario” di Anne Frank e ha pubblicato le memorie dell’ebrea tedesca Inge Auerbacher “Io sono una stella“. Nel 2018 ha vinto il Premio Andersen come “Protagonista della cultura per l’infanzia”. Tra i suoi libri più conosciuti troviamo “La repubblica delle farfalle”, “Se la notte ha cuore”, “Solo una parola“.


Recensione

Sono anni ormai che vado continuamente in cerca di libri di questo genere. Di scritti sulla Shoah, sugli stermini nazisti e sui sopravvissuti ai campi di concentramento ce ne sono molti, ma riuscire a descrivere simili eventi a un bambino senza annoiarlo o spaventarlo non è cosa semplice. Dopo aver fatto leggere alle mie figlie il “Diario” di Anne Frank e “L’amico ritrovato” di Uhlman, ed essendo troppo piccole per libri più complessi, cercavo qualcosa che racchiudesse in modo semplice ma incisivo non solo il dolore, ma soprattutto la speranza, quella che avevo trovato tra le pagine di Anne. Credo di aver trovato in Matteo Corradini lo scrittore giusto. Questa raccolta di testimonianze, ricordi e notizie si adatta perfettamente ai piccoli lettori, ma fidatevi se vi dico che anch’io ne sono rimasta colpita in modo indelebile. Corradini ha un modo di raccontare immediato e quotidiano; un linguaggio semplice, col quale cerca di far arrivare un’emozione più che un’informazione. Il suo scritto, frutto di un lungo lavoro, si compone di 28 storie: alcune ascoltate direttamente dai protagonisti, alcune riportate da amici e familiari, altre ricostruite grazie ad altri libri o a ricordi che ha trovato nei vari musei sparsi per il mondo. Dedicando solo poche pagine a ciascun protagonista, l’autore riesce a comunicare il messaggio più importante senza soffermarsi troppo su quello che la singola persona ha vissuto in prigionia o in fuga, e raccontando invece la sua vita precedente. Tutte queste persone hanno in comune l’aver mantenuto vivo un pensiero, un ricordo felice, un amore a cui tornare, un volto da rivedere, o uno strumento da suonare ancora. Qualcosa che ha permesso loro di non lasciare spegnere la speranza: una piccola lucina, come quella che Anne aveva sul suo letto, e che li ha guidati in quel buio e li ha fatti andare avanti ancora un po’, ancora un altro po’.

C’è buio, c’è buio intorno a lei e in lei, ma Selma scrive.

E con questa sua semplicità Corradini racconta ai ragazzi di un’antica cittadella fortificata dagli Asburgo che si chiama Terezín, e che i nazisti usarono per contenere migliaia di deportati ebrei. Quelli che non potevano semplicemente essere inviati nei campi di sterminio, perché erano personalità politiche, artistiche o militari di spicco, e che era troppo difficile far credere alla popolazione tedesca che fossero “pericolosi”. Così li tenevano in “villeggiatura” a Terezín, dove permettevano addirittura loro di inviare e ricevere cartoline da familiari e amici, per dare l’idea che non fossero trattati così male. In realtà morivano lentamente di fame, di freddo e di malattie. Ci racconta della Resistenza che si organizzò nel ghetto di Varsavia, dove centinaia di ebrei, tra cui il medico Marek Edelman, usarono tutto ciò che avevano per resistere ai rastrellamenti nazisti. Anche se il ghetto venne distrutto resta il ricordo di come alcuni ebrei furono capaci di opporsi pur non avendone i mezzi. Ci racconta le ore più buie di tante vite spezzate e di poche che tornarono a casa, ma tutte accomunate da una cosa: la speranza. Quella speranza che si vede nelle orchestre improvvisate che suonavano all’interno dei lager per accompagnare gli ebrei verso i forni crematori;

Messiaen cerca di ottenere un bel risultato anche quando le condizioni non sono buone. Lo fa perché suonare assomiglia alla libertà, e ricorda che il proprio destino non è fatto solo di mangiare, scaldarsi, sopravvivere fino a sera. E’ fatto anche di vita, di desideri, di sogni, di cose apparentemente inutili , come un pianoforte in un lager nazista.

si vede nei pasti cucinati con amore dalle cuoche di Terezin, che tentano di tenere in vita i reclusi con le loro zuppe fatte di niente; si vede nei piccoli gesti di tante persone che non riuscirono a uniformarsi al regime e rischiarono la loro vita per nascondere, sfamare, far fuggire migliaia di ebrei. Sempre troppo pochi per fare la differenza, ma comunque importanti perché dimostrano che l’uomo ha la capacità di scegliere e decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ma in quegli anni strani era più facile aderire al programma nazista che contrastarlo: in modo ingegnoso era infatti riuscito a convincere i popoli di come gli Ebrei andassero eliminati per il bene dell’umanità, perché pericolosi.

Le leggi razziali erano basate su una grande menzogna, ma quando una menzogna diventa legge, chi crede in quella menzogna si sente a posto con la coscienza.

Tanto profonda e ben costruita fu la politica nazista, che spesso gli stessi ebrei si sentivano sbagliati e quasi responsabili di aver scatenato tanto odio perché professavano una religione diversa.

Olga si sente in colpa. Sentirsi ebrei e insieme sentirsi sbagliati, come se quello che sei fosse il contrario di ciò che è giusto. L’odio nei confronti degli ebrei era arrivato al punto massimo, quello di far sentire gli ebrei stessi fuori posto.

E alla fine, come ho già trovato in tanti altri scritti, arriva la consapevolezza di non essere più un uomo, ma solo un numero tatuato sul braccio. Non hanno perso solo la libertà, ma la coscienza di esseri umani, sono stati annullati come persone, ridotte a un corpo magro e malato che non gli appartiene neanche più. Non sono più ebrei, non sono più tedeschi, non sono più nulla. Ma c’è qualcuno che ancora si ribella, che non accetta l’annichilimento totale e cerca di resistere perché non vuole morire sapendo di appartenere a qualcun altro, ma vuole morire libero, in casa propria, nella sua terra.

Virginia appoggia una mano sul numero. E’ quello il suo nome, ora. Se fugge, il nemico dirà chi è il suo proprietario. Lo dirà per sempre, i tatuaggi non si cancellano. E’ la Germania nazista il nuovo proprietario del corpo di Virginia.

Luci nella Shoah” è un libro splendido, importante, necessario. È la storia di tutte quelle persone che anche nel buio hanno continuato a guardare le stelle per avere uno spiraglio di luce. Di tutti quelli che si sono fatti forza per superare i giorni più duri, di chi è tornato a casa, di chi è fuggito in un’altra terra, di chi è rimasto dentro i lager, ma ci ha fatto arrivare una poesia, una canzone, un disegno, un bacio col rossetto su una cartolina, una bambola in museo, uno spartito scritto per l’ultima opera, un diario personale. Perché i nazisti non li hanno potuti spezzare tutti, erano troppi. Qualcuno è riuscito a guardare oltre e adesso ricorda chi non ce l’ha fatta e ricorda soprattutto a noi di non dimenticare “quanto è bastato animo all’uomo di fare dell’uomo” (Primo Levi).

Si, intorno a loro c’era il buio della violenza, e nei loro cuori abitava la paura. Ma non c’era solo quello.

Anche nella paura ci sono attimi di serenità.

Anche nei campi di prigionia ci sono stati lampi di umanità.

Anche vicino allo sterminio è passata la vita.


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