Tutte le storie tristi sono false – Daniel Nayeri

Tutte le storie tristi sono false – Daniel Nayeri

Titolo: Tutte le storie tristi sono false

Autore: Daniel Nayeri

Editore: Harper Collins

Genere: romanzo

Pagine: 384

Prezzo: 17,00

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Trama

Khosrou ha 12 anni e da quando è fuggito dall’Iran con la madre e la sorella, frequenta una scuola di Edmond, in Oklahoma. Ma Khosrou è troppo difficile da pronunciare, così, per convenienza, è diventato Daniel, nella speranza che i compagni lo considerino uguale a loro. Invece Daniel è sempre quello che porta abiti usati, che ha una merenda dall’odore strano, e soprattutto racconta storie a cui nessuno crede. Sì, perché quando la maestra glielo chiede, Khosrou si improvvisa narratore come Shahrazad davanti al Sultano, narrando di città ricche e favolose, dai colori accesi e i profumi orientali; narra la storia dei suoi nonni, discendenti da famiglie di principi che hanno vissuto il dolore della perdita; narra di un padre che è rimasto indietro nel suo paese, e di una madre che si è risposata, andando avanti a testa alta difronte a mille difficoltà. E a queste storie mescola antiche leggende persiane di amori proibiti, vendette atroci, grandi regni passati e tesori incredibili. Attraverso continui salti tra un passato dove era ricco e felice e un presente in cui è povero e guardato con diffidenza, Khosrou ci descrive il lungo viaggio come profugo attraverso l’Arabia, l’Italia e infine gli Stati Uniti. Un viaggio che spesso lo ho portato a dimenticare cos’era prima, e Khosrou non può permetterlo, perché i ricordi sono tutto quello che gli rimane delle sue origini, sono quelli che lo definiscono e se potesse fermare l’attenzione dei suoi compagni su quello che sta raccontando, forse potrebbero vederlo per quello che è davvero e non solo come un profugo.


Autore

Daniel Nayeri è un autore iraniano fuggito con la famiglia dal suo paese quando aveva solo otto anni. Rifugiatosi per alcuni mesi prima negli Emirati Arabi e poi in Italia, si è infine trasferito negli Stati Uniti. Dopo aver lavorato per anni come pasticcere professionista, oggi scrive romanzi per ragazzi.


Recensione

Quando mi è stato proposto di leggere questo romanzo mi aspettavo qualcosa che somigliasse alle tante storie già lette di tutte quelle popolazioni che soffrono per le condizioni di vita in cui si trovano e tentano di fuggire all’estero in cerca di serenità. Mi aspettavo forse il racconto di tragedie e umiliazioni che devono sopportare in patria, come avevo già trovato nei libri di Khaled Hosseini oppure in “Non dirmi che hai paura” di Catozzella. Forse perché la nostra mente è abituata ad avere come primo pensiero, quando si tratta di profughi, le orribili e disumane condizioni che devono sopportare nei loro paesi, soprattutto quando si tratta di donne. Ma deve essere una caratteristica dell’essere umano quella di distinguere tra il profugo che soffre nel suo paese, e il profugo che arriva nel nostro. E allora c’è come un clic nella nostra testa, che lo trasforma da nostro simile degno di compassione a creatura indesiderata. Come a dire: è vero, ti capisco, nel tuo paese si vive davvero male, però ti prego non venire nel mio. Mentre leggevo questo straordinario insieme di racconti ho provato tante emozioni diverse e contrastanti: commozione, senso di colpa, comprensione, dolore, curiosità. Ho cercato di ascoltare davvero, non solo con le orecchie ma anche con il cuore e con la testa; ho cercato di abbassare le barriere mentali che ci dividono ed entrare nella mente di un ragazzino di dodici anni che vuole solo essere considerato uno come tanti. Perché solo ascoltando davvero possiamo raggiungere l’uguaglianza.

Non voglio la tua pietà. Se solo sapremo cogliere la sfida della comunicazione, qui nel salotto della tua mente, forse riusciremo anche a superare il tempo, lo spazio e ogni banalità quotidiana per vedere nel profondo dei nostri cuori, e allora concorderai forse che io sono come te.

Daniel Nayeri ha trovato secondo me lo stile narrativo perfetto per raggiungere il suo scopo, creando un libro di rara bellezza, che ti resta dentro senza dolore, anzi con uno spirito di speranza. Torna bambino per noi, si fa piccolo per raccontare alla classe attonita e quasi infastidita dei suoi compagni a Edmond, Oklahoma, il racconto della sua vita precedente e delle vicissitudini che lo hanno portato a chiedere asilo all’America. E così, con la voce di un bambino dodicenne, si lancia in una serie di racconti che saltano dalla vita presente a quella precedente in Iran, attraverso la fuga a Dubai e poi in Italia, per approdare infine negli Stati Uniti. Il desiderio di Daniel è quello di non dimenticare: contare i ricordi per lui significa non cancellare le proprie origini e la propria storia, per quanto sia stata a volte dolorosa; perché dimenticare significa perdere qualcosa di noi stessi, rinnegare chi siamo e da dove veniamo. I ricordi sono quello che ci definiscono e ci mostrano la nostra vera identità.

Se vuoi davvero sapere la verità, è dimenticare che fa più male. Un pezzo del tuo cuore fa un rumore che sembra un gemito e svanisce. Tutto qui. Sei qualcosa in meno.

Quello che Nayeri chiede al lettore è davvero poco: un minimo di concentrazione per seguirlo in questo suo andirivieni tra l’Iran e l’Oklahoma, tra il passato e il presente, in un continuo confronto tra la società che l’ha accettato e quella in cui è cresciuto. Non sempre i suoi ricordi sono interamente reali: spesso, come succede a tutti quando mancano dei dettagli a un evento del nostro passato, la nostra mente tende a inventarlo. E così Khosrou intrattiene la sua classe come Shaharazad fece con il Sultano, dilungandosi sui particolari, intrecciando più eventi, rimandando il finale di ogni capitolo per costringere il lettore a passare al successivo, unendo la verità alla fantasia, la realtà alla leggenda, pur di mantenere vivo il ricordo.

Un ricordo rattoppato è la vergogna di un profugo.

Attraverso gli occhi ingenui di Khosrou e il suo modo divertente di raccontare, che non ti annoia mai anche se passa di continuo da un argomento all’altro, scopriamo le contraddizioni di un paese dove la popolazione è fin troppo ospitale e l’educazione verso il prossimo è fondamentale. Ma è anche lo stesso paese dove il Komiteh, il Comitato di vigilanza, controlla che nessuno infranga le leggi, soprattutto quelle religiose, pena la morte. Con gli stessi occhi lo seguiamo nel campo profughi in Italia, dove riesce a trasmetterci non solo la devastazione dell’attesa, lunga, inutile, sempre uguale giorno dopo giorno, finché non arriva quel documento speciale che ti permetterà di lasciare il paese. Ma soprattutto ci comunica la sensazione che ha provato di non essere benvoluto: ogni paese in cui si fermava aspettava solo il momento in cui se ne sarebbe andato. E per Khosrou questa è la tristezza di essere un indesiderato, un reietto, un ladro, solo perché qualcuno prima di lui ha rubato davvero e ora tutti gli iraniani sono uguali: zingari (anche se non lo sono), ladri e bugiardi; perché le storie che racconta sono tutte menzogne, create dalla fantasia di un bambino che vorrebbe essere ricco e invece non ha nemmeno i soldi per il pranzo. E allora inventa un passato di principi, nonni che possiedono grandi terreni, case con voliere di vetro in cui può ammirare decine di uccelli meravigliosi. E lo fa con un tono dolce, ingenuo, commovente ma deciso e coraggioso. Forse, a volte, i nostri pregiudizi ci convincono di cose che non sono vere e ci precludono la possibilità di vedere davvero chi abbiamo davanti. Forse, a volte, serve un bambino a chiederci di ascoltare.

E tu, comunque, come fai a sapere qualcosa con sicurezza?

Forse è meglio non essere sempre così sicuri di tutto.


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