Una pedina sulla scacchiera – Irène Némirovsky

Una pedina sulla scacchiera – Irène Némirovsky

Titolo: Una pedina sulla scacchiera

Autore: Irène Némirovsky

Editore: Adelphi

Genere: romanzo

Pagine: 174

Voto del Pubblico (IBS): 4,2 su 5

Prezzo: 17,00

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Trama

Christophe Bohun è figlio del grande James, il Bohun del petrolio, il Bohun dell’acciaio, l’industriale potente e temuto della Parigi inizio ‘900. Questo finché il crollo della Borsa negli anni ’30 non lo ha costretto a ritirarsi dal mercato con un debito enorme e a trovare una sistemazione per il figlio all’interno della ditta, ceduta al socio per evitare la bancarotta totale. Nessuno sa che il vecchio Bohun non è riuscito a contrastare il fallimento soprattutto a causa di una malattia che lo tiene relegato nella sua stanza, corroso dalla tosse e dalla spossatezza.

Christophe, costretto ad accettare un lavoro come impiegato dell’ex-socio del padre, Beryl, vive una via triste e infelice, odiando il padre che ha perso tutto quello che aveva guadagnato, la moglie Geneviève per la quale ora prova solo fastidio, la cugina Murielle che vive in casa con loro ed è segretamente innamorata di lui, e il figlio Philippe, che l’uomo non ha mai compreso davvero. Non c’è niente che lo rallegri tranne l’alcool, che gli fa compagnia ogni sera, quando uscito dal suo ufficio, si reca nel bar dove si intrattiene per qualche ora prima di rientrare in una casa che gli va stretta. Dando la colpa ai problemi economici lasciati dal padre, Christophe si trascina in un’esistenza vita arida, priva di aspettative, di piaceri reali, dedita soltanto alla ricerca di soldi.

Tutti, tutti – pensò Christophe avvilito – Vivere, spendere un’esistenza breve e unica a procacciarsi il cibo, proprio come all’età delle caverne.

L’uomo si sente una pedina all’interno di una società malata, che è stata rovinata dalla generazione precedente, che ha accumulato una ricchezza alla quale loro, figli, non sanno sottrarsi. Un unico pensiero lascia ancora acceso in lui un barlume di speranza: che la morte del vecchio padre possa restituirgli un parte di eredità che lo tolga dalla situazione deprimente in cui si è ritrovato. Eppure, quando il vecchio industriale muore e il figlio apre finalmente il cassetto della scrivania del padre, le carte che vi trova non sono le risposte che cercava. Potrebbero salvarlo, di sicuro, ma bisognerebbe avere il coraggio di usarle.


Autore

Irène Némirovsky (1903-1942), è stata una delle più importanti scrittrici in lingua francese nell’epoca tra le due guerre. Nata in Russia da genitori ebrei della media borghesia, fuggì in Francia durante la Rivoluzione di Ottobre, convertendosi al cattolicesimo e richiedendo la cittadinanza francese, che non le sarà mai concessa. Lontana dall’avere contatti con il sistema politico russo e non avendo nessuna simpatia per gli ebrei, Irène era convinta che la Francia avrebbe protetto gli apolidi. Nel 1942 viene invece arrestata e spedita nel campo di concentramento di Auschwitz, dove morirà nello stesso anno. Nel frattempo aveva già pubblicato opere di fama mondiale come “Suite francese”, “David Golder”, “I doni della vita”, “I cani e i lupi” e “Il ballo”.


Recensione

– Perché continuiamo a vivere?

– Abitudine, suppongo.

Io, onestamente, non credo di aver mai letto nulla del genere. So che probabilmente inizia male come recensione, ma mi trovo in difficoltà nell’esprimere quello che penso di questa scrittrice. Non ho letto “Una pedina sulla scacchiera”, l’ho letteralmente divorato in ventiquattro ore. E così come voracemente, di fretta e con poche interruzioni, ho portato avanti la lettura, allo stesso modo, appena chiuso il libro, mi sono messa davanti al foglio bianco per timore di dimenticare le sensazioni forti che ho provato.

Ci tengo a sottolineare subito, nonostante tutto quello che dirò, che il romanzo della Némirovsky l’ho trovato splendido. Unico. Un libro di una bellezza particolare (che tra l’altro non è nemmeno tra le sue opere più famose). La sua scrittura è implacabile, cruda, aspra, quasi rigida. Il suo modo di scandagliare l’animo umano è quasi feroce e irrefrenabile, senza quel velo di tenerezza, di delicatezza, che di solito caratterizza la scrittura femminile. Se non avessi saputo a chi apparteneva l’opera, avrei giurato fosse un uomo. Se all’inizio questo stile mi ha lasciata perplessa, dopo pochi capitoli la sorpresa ha lasciato il posto a un senso di angoscia, di compatimento per i protagonisti, che pian piano è andato crescendo, creando un legame quasi morboso con loro. Il ritmo pacato ma incalzante aumenta quella sensazione di malessere che è la stessa che vivono i cinque protagonisti.

Il romanzo non è caratterizzato da una vera e propria trama; c’è un filo conduttore ovviamente, costituito dall’attesa della famiglia che il vecchio Bohun muoia. Ma in realtà il libro si presenta come una serie di innumerevoli brevi capitoli che descrivono piccole scene familiari o personali di vita quotidiana. Senza mai mostrare compassione o empatia, lungi dal giudicare le loro scelte, la Némirovsky pone ai nostri occhi cinque personaggi che, per ragioni diverse, vivono una vita vuota e comandata dalla società dell’epoca. C’è un largo uso del discorso diretto, anche se molto spesso non sono frasi espresse ad alta voce, ma pensieri dei protagonisti o frasi mormorate che nessuno riesce a sentire. Si confondono così, in un ritmo instancabile, espressioni vere e ragionamenti personali, contribuendo a volte a una certa confusione nella lettura.

Alla fine del racconto, tutti i protagonisti hanno in comune la quieta accettazione della loro situazione, per quanto questo li deprima.

A che serve recriminare? Bisogna rassegnarsi, chiudere gli occhi, non pensare, soprattutto, non pensare…

Il vecchio James Bohun, una volta temuto e venerato imprenditore dell’acciaio, ora attende una morte che lo liberi non solo dalla malattia, ma anche da una situazione insostenibile, in cui osserva con tristezza la generazione dei figli essere pigra, debole, senza nessun amore per la vita. Troppo differente da lui è questo figlio per il quale capisce di non aver mai nutrito amore e del cui futuro non si interessa nemmeno. Invidia invece la sua giovinezza, sapendo che se avesse la sua età, con in mano i documenti nascosti nella sua scrivania, farebbe grandi cose.

Christophe, dal canto suo, si sente sfiancato da una quotidianità soffocante. Odia il padre per averlo messo in questa situazione: lavorare come semplice impiegato nella ditta che avrebbe dovuto essere sua. Sopportare in silenzio le umiliazioni della mancanza di denaro; avere davanti agli occhi, ogni giorno, una moglie che non ama più e della quale gli è invece gradita ogni assenza. Si sente infelice, arido, incapace di vivere davvero. Paga il prezzo di un’infanzia vissuta con una madre disinteressata a lui e una dipendenza eccessiva dal denaro. Si sente un “figlio perduto del capitalismo” perché la sua esistenza e quella di tutti è divorata dal problema del pane quotidiano.

Questa vita è fatta in modo che diminuendo i soldi, venga eliminato tutto… Altri trovano, forse… uno scopo più alto… Ma io sono disperatamente mediocre.

Schiacciato così tra due donne che lo amano, ma per le quali non riesce più a provare nulla, Christophe annega la sua depressione nell’alcool e nella solitudine.

Alla fine del romanzo la compassione che provavi per tutti i protagonisti si trasforma in una modesta rabbia. Nessuno che sappia risvegliarsi dalla sua apatia, nessuno che voglia prendere in mano la sua vita e cambiarla. E’ quasi frustrante. Persino nel portare avanti la sua decisione finale, una volta aperti i documenti lasciatigli dal padre, Chritophe risulterà pigro e indolente.

Insomma, un romanzo forte. Preparatevi a emozioni contrastanti ma vivide e a un finale ben lontano dal riscatto personale che ci si aspetta. E’ il disegno della generazione apatica e debole che visse la Depressione degli anni ’30, e come tale vuole essere onesto e realistico. Una lettura piuttosto veloce ma decisamente profonda che ci mostra una scrittrice insolita, che ha precorso i tempi letterari. Leggetelo. Soprattutto se amate la letteratura russa tra Ottocento e Novecento. Vi sorprenderà.


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