Hunger Games – Suzanne Collins

Hunger Games – Suzanne Collins

Titolo: Hunger Games

Autore: Suzanne Collins

Editore: Mondadori

Genere: fantascienza

Pagine: 418

Voto del Pubblico (IBS): 4,3 su 5

Prezzo: 12,50

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Trama

Dopo un conflitto mondiale che ha decimato la popolazione e cambiato radicalmente le sorti del pianeta, là dove un tempo esistevano gli Stati Uniti ora sorge Panem, una nazione composta da dodici Distretti comandati da Capitol City, all’interno dei quali i sopravvissuti svolgono le attività primarie della loro regione per sopperire ai bisogni della capitale. La pacifica riorganizzazione della società fu distrutta dalla rivolta che più di settant’anni fa mise il popolo contro il governo dittatoriale. I Distretti furono sconfitti, il 13 fu completamente raso al suolo e i dodici rimasti ancora oggi pagano il prezzo della loro ardita presunzione. Questo pegno sono gli Hunger Games.

I cosiddetti giochi della fame sono una sorta di reality show in cui ogni anno i distretti devono inviare due ragazzi, un maschio e una femmina tra i dodici e i diciotto anni, in un’arena appositamente creata, nella quale dovranno uccidersi a vicenda finché non ne resta uno solo. Oggi è il giorno della Mietitura. Katniss Everdeen ha solo sedici anni e vive nel 12, all’interno del Giacimento di carbone, la parte più povera del distretto. Da quando un anno prima il padre è morto in un’esplosione della miniera, Katniss tiene in vita la sorellina Prim e la madre, che dopo l’incidente è caduta in depressione risultando totalmente inutile. Ma la ragazza ha qualcosa che il padre le ha lasciato in eredità: la capacità di cacciare nei boschi, cosa che fa insieme al suo migliore amico Gale, sostenendo così due famiglie con il contrabbando di carne di frodo.

Quando dalla boccia di Effie Trinkett viene fuori il nome di Primrose, la sorella, in preda al panico, si offre volontaria. Inizia così un incubo che la trascina a Capitol City insieme a Peeta Mellark, il figlio del fornaio estratto alla mietitura, Effie e Haymitch Abernathy, l’unico mentore del distretto 12, ossia l’unico vincitore che abbiano avuto in settantaquattro anni. Quando arriva nella lussuosa capitale, paura, angoscia, disgusto e voglia di sopravvivere si confondono nella ragazza mentre passa la prima settimana al Centro addestramento. Haymitch è quasi sempre ubriaco, ma pare abbia visto qualcosa nei due tributi di quest’anno che lo tiene abbastanza sobrio da prepararli all’arena.

Ma è Peeta il problema più grosso di Katniss. Se fosse stato scelto chiunque altro non avrebbe avuto scrupoli: Katniss è una persona fredda, la vita le ha insegnato a non mostrare le sue emozioni e a non affezionarsi a nessuno. Nei confronti del ragazzo del pane, invece, ha un debito che si porta dietro da un anno. E Peeta è dolce, premuroso, e sembra credere davvero che lei possa vincere. L’unica sepranza di Katniss è che qualcun altro lo uccida al posto suo. Durante le presentazioni al pubblico e agli sponsor che pagheranno per i doni inviati ai tributi nell’arena, Katniss ottiene una straordinaria fama, anche se non grazie al suo carattere astioso e oscuro. Cinna, il suo stilista, la rende indimenticabile con un costume che durante lo show prende fuoco davanti a tutto Panem. Nessuno dimenticherà tanto facilmente la ragazza in fiamme. E Peeta, intervistato da Ceasar Flickerman, che conduce il programma sugli Hunger Games, le dà ulteriore popolarità quando confida davanti alle telecamere di essere innamorato di lei. Gli innamorati sfortunati divengono i beniamini di Capitol City.

Ma gli Hunger Games hanno inizio e nell’arena è tutto diverso. Separatasi subito da tutti gli altri tributi e rifugiatasi nel bosco, Katniss cerca riparo sugli alberi, mentre tenta di cacciare qualcosa e di trovare acqua per sopravvivere. Dopo il bagno di sangue alla Cornucopia, in cui vengono uccisi dodici tributi, la ragazza deve fare i conti con quella che sembra un’orrenda verità: smessi i panni dell’amante sfortunato, Peeta si è alleato con i Favoriti, che la stanno cercando per eliminarla. La delusione cocente la riporta alla realtà: ha promesso a Prim che tornerà a casa e non importa cosa dovrà fare per riuscirci.


Autore

Suzanne Collins è una scrittrice americana nata nel 1962. La sua carriera inizia come sceneggiatrice di programmi televisivi per bambini, finché non passa alla scrittura con la serie di fantasia “Gregor“, composta da cinque romanzi e ispirata alla storia di “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll. Ottiene però il successo solo con “Hunger Games” del 2012. Il libro sarà seguito da “La ragazza di fuoco” e “Il canto della rivolta“. “Hunger Games” è un caso editoriale da 90 milioni di copie, tradotto in 40 lingue.


Recensione

Felici Hunger Games! E possa la buona sorte essere sempre a vostro favore

Chi non ha mai sentito urlare questa frase? Lasciatemi dire che secondo me resterà nell’immaginario collettivo della letteratura distopica per molto, molto tempo. Così come l’immagine della sedicenne Katniss Everdeen che il giorno della Mietitura urla “Mi offro volontaria!”. Tra tutti i romanzi di fantascienza post apocalittici, “Hunger Games” è non solo originale, ma tra i più crudeli e cruenti di sempre. L’idea stessa di ventiquattro adolescenti costretti a uccidersi tra loro come penitenza per aver tentato di ottenere la libertà da un governo dittatoriale, ben settantaquattro anni prima, è inconcepibile. Eppure la Collins non solo l’ha creata, ma ha saputo svilupparla in una trilogia mozzafiato che vivrà per sempre.

Suzanne Collins usa la protagonista stessa come narratore unico del libro, facendola parlare in prima persona, al presente. Una scelta azzardata. Una decisione che rischia spesso di rovinare un libro se l’autore non è più che adeguato a usare questo tipo di scrittura. E la Collins si dimostra non solo capace ma anche scaltra nella scelta, che sembra essere uno dei punti forti del romanzo. Perché non vogliamo sapere cosa pensano gli altri protagonisti; non siamo interessati ai pensieri che passano per la testa di Gale, innamorato non ricambiato, che dal Distretto osserva in tv la ragazza che ama recitare con Peeta la parte dei piccioncini. Mai una volta mi sono sorpresa a chiedermi cosa sta facendo Prim o cosa sta accadendo nel Distretto 12 mentre Katniss combatte per la vita. Perché la ragazza in fiamme è avvolgente e ha tutta la nostra attenzione. Il suo modo di raccontare ti trascina piano piano nel suo mondo e la sua è l’unica versione che desideriamo ascoltare. Il romanzo ha un ritmo incalzante e una scrittura cruda ed efferata che rispecchia bene il carattere di Katniss: è fredda, asciutta, essenziale, a volte persino priva di emozioni. E più lei si mostra insensibile, più siamo attratti dagli eventi, già di per sé coinvolgenti.

Come sempre in questi distopici post apocalisse, la nuova società si dimostra peggiore della precedente; ma questa è davvero assurda nella semplice crudeltà con cui detiene l’ordine. Un tentativo di rivolta avvenuto più di settant’anni prima viene pagato dalle generazioni presenti con quello che è a tutti gli effetti un reality show, dove ventiquattro ragazzi devono ricordare ogni anno all’intera nazione che le sommosse non sono consentite. E quale miglior modo se non convertire la penitenza nel più grande spettacolo di Capitol City? Il concetto è surreale e sembra inaccettabile, eppure Panem (o almeno la parte di Panem che vive nel lusso e non sa cos’è la fame dei distretti) attende con ansia gli Hunger Games, tifa per i tributi, passa le giornate davanti la televisione affezionandosi ai concorrenti in un modo inquietante e folle, accogliendo poi il vincitore con affetto, ricchezza e benessere, come se niente fosse. Come se per sopravvivere non avesse dovuto uccidere altri giovani come lui, soffrire la fame all’interno dell’arena, lottare per un goccio d’acqua o un coltello.

Ma questa è Panem, dove la miseria fa parte della quotidianità e le idee personali vanno tenute ben nascoste per il quieto vivere. Katniss Everdeen è la combattente perfetta per l’arena, ma di sicuro protagonista difficile da far apprezzare agli sponsor che potrebbero decidere della sua sopravvivenza. La vita nel Distretto 12, dopo la morte del padre, ha acuito un carattere già schivo e chiuso. Una mancanza di empatia nei confronti degli altri, un totale disinteresse per i sentimenti (l’unico amore che prova davvero è per la sorella Prim), un comportamento distaccato e calcolatore, ne fanno una persona difficile da gestire per il suo mentore e problematica da vendere. Capitol City è l’emblema dell’apparenza, dove i cittadini sfoggiano parrucche colorate, vernici di ogni sfumatura a coprire la pelle del corpo e vestiti pomposi e abbaglianti. E’ uno sfavillio di luci e di cibo, dove sei costretto a scegliere tra essere un Ceasar Flickerman, assorbito dalla spettacolarità dell’evento, o un Haymitch Abernathy, che da quando è tornato dagli Hunger Games non ha più saputo convivere con se stesso, cercando l’oblio nell’alcool.

Eppure, nonostante il carattere così scorbutico, Katniss ha qualcosa che riesce a conquistare chi la guarda davvero: Haymitch, Gale, Peeta, persino Cinna. Ma l’avvicinarsi degli Hunger Games la destabilizza. Sa di essere pronta a uccidere, potrà farlo quando sarà necessario, ma la presenza di Peeta, con il quale ha già un debito di riconoscenza mai ripagato, la preoccupa seriamente. Se solo fosse sicura che quella del ragazzo è tutta una commedia per far colpo su Capitol City, sarebbe più semplice; ma il comportamento del dolce, tenero, innamorato sfortunato, la mette in crisi fin da subito.

L’idea mi fa fermare di botto. Un Peeta Mellark buono è molto più pericoloso di un Peeta Mellark crudele, per me. I buoni hanno un modo tutto loro di entrarmi nel cuore e metterci radici.

Il triangolo amoroso tra Gale, Katniss e Peeta fa presa sul lettore adolescente, ma diciamocelo, non è l’amore il sentimento che prevale nell’arena. Perché per quanto tentiamo di leggere nelle azioni di Katniss un certo interesse per il ragazzo del pane, non siamo convinti in cuor nostro che lei sia davvero mossa da un sentimento d’affetto. Katniss è confusa, ha paura di restare sola, ha un bisogno fortissimo di aver qualcuno a cui appoggiarsi e ha capito bene il messaggio che Haymitch le invia da fuori: continua la farsa se vuoi sopravvivere! Ma credo che tutti ci siamo lasciati andare alla speranza quando l’abbiamo sentita urlare il nome di Peeta.

Quest’anno possono vincere due tributi. Se sono dello stesso distretto. Possono vivere tutt’e due. Possiamo vivere tutti e due. Prima di riuscire a trattenermi, urlo il nome di Peeta.

In realtà l’unico vero momento in cui Katniss Everdeen dimostra di avere dei sentimenti è nei confronti della piccola Rue, il tributo che tenta disperatamente di difendere perché le ricorda Prim. Katniss non può sapere che quel gesto sarà uno dei primi che porteranno a un sensibile cambiamento all’interno dei distretti. E’ un gesto di sfida nei confronti di un governo che pretende che i legami siano secondari all’efficienza dell’organizzazione; che lo status quo sia mantenuto in qualsiasi occasione e che Panem riesca a dimostrare che tutti, all’interno dei 12 Distretti, sono piegati al suo volere. Ma l’istinto reazionario di Katniss è già scattato, anche se non ne è consapevole: per ora tutte le sue azioni sono mosse esclusivamente dalla necessità di proteggere l’incolumità di quelle poche persone a cui tiene, e di sopravvivere agli Hunger Games senza diventare pazza. Ed è proprio questo egoismo di fondo che ci fa dubitare di lei, continuamente.

– Non mi lascerai qui da sola – ribatto. Perché se lui muore, io non tornerò mai a casa, non veramente. Passerò il resto della mia vita in questa arena cercando di pensare a una via d’uscita.

Al contrario di Peeta Mellark, che fin da subito si dimostra non solo quello più scaltro, più accondiscendente all’apparenza, ma che in realtà entra nell’arena con una sola convinzione: Panem non lo cambierà; non diventerà una sua pedina e se morirà, lo farà da uomo libero, senza perdere la sua dignità.

Hunger Games” è un libro sconvolgente, non solo per il concetto che sviluppa, ma anche per il modo in cui lo fa. E’ una narrazione che non risparmia scene crudeli ed efferate, raccontate con semplicità e freddezza. Tutta l’assurdità dell’arena è espressa in modo vivido e reale, con una calma da parte della protagonista che a volte mette i brividi. Il massacro dei tributi, lasciati a morire di fame e a uccidersi tra loro, perennemente osservati dalle telecamere, contrasta con la vita lussuosa e superficiale di Capitol City, che ha il potere di decidere le loro sorti. Ma quando i giochi finiranno, tutto tornerà come prima. I distretti ricominceranno a lavorare, il vincitore verrà osannato e otterrà ricchezza e benessere mentre la popolazione continuerà a soffrire la fame. L’amicizia, la lealtà, l’affetto, sono sentimenti che verranno dimenticati perché funzionali solo allo spettacolo. Tutto è stato solo una favolosa, distruttiva, micidiale finzione.

Il ragazzo del pane sta già scivolando via da me. Gli prendo la mano stringendola forte, preparandomi per le telecamere, e già temo il momento in cui dovrò lasciarla.

La lettura del romanzo è incontenibile, è impossibile interromperla. Si ha un bisogno morboso di procedere, di sentire ancora battere quel cannone che può avvicinare Katniss alla vittoria. Stephen King, nella quarta di copertina, asserisce che il libro della Collins “dà assuefazione”. ed è tristemente vero, perché alla fine anche noi, pur deplorando il concetto generale sul quale si basano i giochi, voltiamo le pagine come se stessimo osservando lo show insieme ai cittadini di Capitol City. Anche noi ci ritroviamo a sperare che Katniss uccida gli altri tributi, perché il romanzo ci ha stregati e trascinati nel baratro dei sentimenti peggiori di Panem. E forse non ci sentiamo nemmeno in colpa più di tanto.

E allora buona lettura. Che i settantaquattresimi Hunger Games abbiano inizio.

E possa la buona sorte essere sempre a vostro favore.


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