Dieci versioni di Kafka – Maïa Hruska

Titolo: Dieci versioni di Kafka
Autore: Maïa Hruska
Editore: Mondadori
Genere: saggio
Pagine: 192
Prezzo: 19,00
Trama libro
Cosa succede all’opera di uno scrittore quando viene tradotta, soprattutto se si chiama Franz Kafka? A partire dalla metà degli anni Venti del Novecento, dieci scrittori fecero conoscere le sue opere al di fuori della lingua e del luogo in cui lui le aveva concepite, salvandole dall’oblio a cui le autorità sovietiche e naziste le avevano condannate. Per decenni, l’opera di Kafka è esistita principalmente in traduzione, attraverso voci diverse dalla sua. I suoi primi traduttori non lo sono diventati per caso, ma per necessità o per amore. Paul Celan e Primo Levi lo tradussero (rispettivamente in rumeno e in italiano) al ritorno dai campi di concentramento; Bruno Schulz lo tradusse in polacco, prima di essere fucilato per strada da un ufficiale delle SS; Milena Jesenská lo tradusse in ceco, prima di essere deportata; e Jorge Luis Borges in spagnolo, prima di perdere la vista. I suoi traduttori russi, costretti alla clandestinità, rimasero anonimi. Quanto al poeta Melech Ravitch, lo tradusse in yiddish dopo la guerra per un pubblico di lettori che era quasi scomparso. Tutti i traduttori hanno imposto l’opera di Kafka sulla scena mondiale proiettandovi qualcosa di loro stessi. Ognuno di loro può, a modo suo, esclamare: «Josef K, c’est moi».
Recensione libro
Mi sono imbattuta in questo breve saggio su Kafka proprio quando avevo deciso, finalmente, di affrontare le sue opere. Come molti, infatti, di questo autore ho solo i ricordi di scuola e ammetto che non sono nemmeno tanto piacevoli. Questo libro mi è sembrato quindi l’occasione giusta per fare la sua conoscenza. Il viaggio della Hruska è affascinante e mi ha dato alcune informazioni fondamentali sul grande scrittore, ponendomi di fronte a un primo comune errore: fino alla sua morte, Kafka era pressoché sconosciuto.
Il nome di Kafka è divenuto un aggettivo che spesso invochiamo a sproposito; il kafkiano è un feticcio che ci rigiriamo tra le dita. Lo invochiamo talmente spesso, quel nome, che ormai stentiamo a concepire come un tempo, nel panorama letterario, Kafka fosse un emerito sconosciuto.
È strano pensare che un autore che oggi è considerato tra i classici della letteratura mondiale sia morto completamente ignorato. Ma occorre fare un passo indietro e collocarlo in una situazione europea molto complicata. Attraverso gli occhi di dieci dei suoi primi traduttori, quelli che lo hanno portato all’attenzione mondiale, possiamo capire come sia stato visto all’epoca e nei decenni appena successivi alla sua morte. E’ proprio grazie ai suoi traduttori che le opere di Kafka sono riuscite a uscire dai confini della sua patria, e a trovare il giusto pubblico. Con uno stile semplice e scorrevole, la Hruska ci accompagna nelle vite di questi dieci traduttori, tutti artisti che nella maggioranza dei casi hanno scoperto per puro caso le opere di Kafka, e ne sono rimasti ammaliati. Molti di questi artisti hanno vissuto sulla loro pelle il dramma della II Guerra Mondiale, alla quale Kafka sfuggì solo a causa della morte precoce. Primo Levi lo tradusse mentre tornava da Auschwitz, e ne rimase profondamente scosso; proprio lui che aveva assistito a un momento buio dell’umanità, trovò in Kafka uno studio dell’animo umano che lo colpì fin troppo.
Nei Lager ti imbatti continuamente in qualcosa che non ti aspetti, ed è abbastanza tipico di Kafka quello di aprire una porta e di trovare non quello che ti aspetti, ma una cosa diversa, completamente diversa.
Alcuni di loro furono costretti a tradurlo di nascosto, essendo le sue opere proibite nei loro paesi. Per questo non sappiamo ancora oggi i nomi dei traduttori russi: i romanzi di Kafka erano infatti invisi al regime comunista, non perché le sue idee fossero contrarie al governo, ma perché, essendo una figura che non amava impegnarsi in nessuna lotta, caratterizzata da un totale disinteresse verso qualsiasi ideologia politica, la sua era una letteratura difficile da gestire.
Non sono altro che letteratura e non posso né voglio essere altro.
Per quelli che lo tradussero in yiddish, subito dopo il crollo del regime nazista, Kafka diviene un modo per opporsi al tentativo di far sparire sia la lingua che la popolazione ebraica. Anche Kafka parlava yiddish, tra le altre lingue, e sentì sempre forti le sue radici ebree, nonostante desse lo stesso valore a tutte le popolazioni da cui proveniva.
Non scrivono né traducono per la posterità, ma per i fratelli viventi, e solo per loro. Tradurre in yiddish è opporsi a una doppia scomparsa: quella della lingua e quella del mondo che la ospita.
Seguire il viaggio dell’autrice attraverso gli anni, i paesi, e le storie personali di questi dieci traduttori, ti permette di avere un quadro generale dell’opera di Franz Kafka, ma soprattutto di ricostruire un’Europa segnata da conflitti e difficoltà. Alcuni passaggi, nonostante la fluidità della scrittura, mi sono sparsi difficili da capire, ma credo sia dovuto alla mia ignoranza riguardo ai temi trattati da Kafka e al suo stile narrativo. Sono certa che, se avessi avuto un minimo di familiarità con le sue opere, avrei compreso meglio alcune relazioni tra la sua narrativa e i suoi traduttori. In ogni caso mi sento di consigliare il saggio a tutti, perché resta un’opera molto interessante e mai noiosa.

