Anna – Niccolò Ammaniti

Anna – Niccolò Ammaniti

Titolo: Anna

Autore: Niccolò Ammaniti

Editore: Einaudi

Genere: romanzo

Pagine: 274

Voto del Pubblico (IBS): 3 su 5

Prezzo: 12.40

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Trama

Sono passati quattro anni da quando la Rossa si è portata via i suoi genitori, insieme a tutti gli adulti dell’intera Sicilia. Probabilmente dell’intero pianeta, cosa di cui Anna è convinta. Il virus arrivato dal Belgio, che ha spazzato via l’umanità, resta latente fino all’adolescenza per poi manifestarsi con macchie rosse e febbre. Non c’è scampo. Anna, rinchiusa nella casa di campagna del Podere del Gelso, ha un unico scopo: non morire di fame prima del previsto. Così, per sostentare se stessa e il fratellino Astor, di otto anni, perlustra ogni giorno i dintorni in cerca di cibo scaduto e ammuffito, pile ancora cariche per l’unica torcia rimasta, e qualunque cosa possa aiutarla a sopravvivere.

In questa vita sospesa, mentre segue le indicazioni che la madre le ha lasciato nel quaderno delle “cose importanti”, e attende quella pubertà che le porterà la morte, entrano Coccolone, un maremmano feroce ma fedele, e Pietro, un ragazzino strambo convinto che la salvezza risieda in un paio di Adidas gialle che cerca per tutto il paese.

La triste quotidianità viene interrotta dal rapimento di Astor. Al Grand Hotel Terme Elise, l’Orso, un ragazzo di nome Rosario, usa i bambini per preparare la festa in onore della Picciridduna, che si favoleggia sia l’unica adulta ad aver sconfitto la Rossa. Con l’aiuto di Pietro, Anna riuscirà a strappare il fratello alla follia di un gruppo di sopravvissuti che ha ricreato una società basata su gerarchie e sfruttamento dei più deboli.

Finalmente liberi, i tre decidono di affrontare un lungo viaggio che li porterà fino a Messina, dove attraverseranno lo stretto per vedere se sul continente esistono davvero dei Grandi che hanno trovato un vaccino. Per la prima volta dopo tanto tempo, la speranza si insinua nel cuore di Anna, insieme a un sentimento nuovo che non sa gestire.

La vita si era scomposta in minuti e ogni minuto vissuto accanto a Pietro era un regalo.

Ma ora la cosa più importante è trovare le Adidas di Pietro. Per andare oltre.

Dall’altra parte. Nell’universo in cui tutto è come prima, dove non c’è mai stata la Rossa e le cose vanno nel modo giusto.


Autore

Classe 1966, Niccolò Ammaniti è oggi tra gli scrittori italiani più popolari. Viene da una gavetta lunga e tortuosa, durante la quale i primi romanzi “Branchie”, “Fango” e “Ti prendo e ti porto via” non riscuotono il successo di pubblico sperato. La critica, al contrario, lo loda per quel realismo crudo e spesso efferato che caratterizza le sue opere e che lo fa rientrare nel nuovo gruppo letterario dei Cannibali (dal nome di una delle loro opere). Grazie alla fortunata trasposizione cinematografica di Gabriele Salvatores, il romanzo “Io non ho paura” gli regala nel 2001 la fama nazionale.

I libri successivi sono subito best sellers: “Come Dio comanda”, “Io e te“, “Che la festa cominci”, “Il momento è delicato”, “Anna“. Incurante delle critiche, Ammaniti va avanti per la sua strada con uno stile brutale, scurrile, con un senso di pulp che lo ha accostato spesso a Tarantino, e quella capacità di creare storie che viaggiano su binari paralleli per poi ritrovarsi nel finale (caratteristica per la quale è stato definito uno Stephen King italiano).


Recensione

Anna” è uno dei romanzi forse più tragici e toccanti di Ammaniti. Uno scenario post-apocalittico, una umanità sterminata da un virus, una Sicilia devastata da malattie, abbandono, incendi, dove la natura sta riprendendo possesso del paesaggio, mentre i corpi giacciono sparsi ovunque, ancora nella posa in cui la morte li ha colti. Lo sterminio della popolazione adulta ha modificato profondamente i luoghi in cui i ragazzi hanno sempre vissuto. Ogni cosa è in rovina, l’abbandono e l’incuria hanno contribuito al disfacimento di tutto ciò che l’uomo aveva creato: gli edifici cadono a pezzi, le recinzioni sono divelte, nei locali i pavimenti sono senza piastrelle; tutte le case che Anna incontra lungo il tragitto sono state svuotate di cibo e cose preziose e spesso distrutte.

Lo scrittore si sofferma sui paesaggi desolati con un amore e una tristezza non rassegnati, anzi rafforzati dalla certezza che la natura, dopotutto, avrà la meglio, rifiorirà e tornerà padrona della nostra terra. Piante, fiori, alberi, tutto sta crescendo senza freno, in modo incontenibile, ma quasi poetico. I colori del mare e del tramonto sembrano non essere mai stati così intensi. Persino gli animali, quelli che sono sopravvissuti alla fame, appaiono più numerosi e selvaggi.

Le vicende si svolgono in un futuro post apocalittico rispetto all’anno di pubblicazione del romanzo. Siamo nell’estate del 2020, sono passati tre anni da quando Anna e Astor si sono rinchiusi nel Podere del Gelso, e il tempo scorre in modo diverso rispetto a prima; ha perso ogni importanza, così come i compleanni, le ricorrenze, i mesi o i giorni. L’unico elemento che lo scandisce è l’arrivo delle macchie, ossia il prima e il dopo la pubertà

Su questo sfondo si colloca uno studio attento e ironico della società (quella distrutta e quella sopravvissuta), degli errori commessi e della mancanza di valori.

L’Apocalisse è quando muoiono tutti perché Dio ha detto stop. Vi ho dato un gioco e voi l’avete rotto.

Quello che colpisce è che i piccoli protagonisti, ormai padroni del mondo, non hanno imparato dagli sbagli degli adulti, ma trascinati dall’istinto umano hanno ricreato una società che si basa sulla legge del branco, del più forte, nella totale indifferenza degli uni verso gli altri. La regola che vige nel nuovo mondo è semplice: salva te stesso, anche a costo di uccidere gli altri. Come a dire che lo spirito di sopravvivenza è difficile da spezzare e che davanti alla fame e alla morte non c’è spazio per la solidarietà. Gli errori del passato tornano inevitabilmente a essere compiuti da chi dovrebbe essere ingenuo e puro.

In questa nuova vita Anna ha bisogno di affetti; si lega al fratello Astor come se fosse l’ultimo dono che le è stato lasciato e scopre in Pietro un amico e un compagno su cui appoggiarsi

L’amore sai cos’è solo quando te lo levano. L’amore è mancanza.

L’intreccio del romanzo non è originale, anzi ricalca molte opere famose scritte prima di questa. Eppure lo stile di Ammaniti è unico: è crudamente realistico, scurrile; il linguaggio è spesso involgarito da espressioni dialettali siciliane; gli eventi sono barbari, sanguinosi, inverosimilmente inumani e spietati, descritti in modo accurato e freddo, e i colpi di scena risultano sempre inaspettati e crudeli. Quello che colpisce di più è l’uso dei bambini, che lo rende certamente più duro, ma anche più toccante. Ne risulta una lettura semplice ma che sa essere reale ed efficace, impregnata, come spesso accade nelle opere dell’autore, da una ironia che smorza i toni tragici.

Eppure alla fine, nonostante l’amarezza di fondo, la certezza della morte imminente, la mancanza di redenzione e un finale che lascia interdetti per la sua inaspettata realisticità, c’è un barlume di speranza che non sia stato tutto invano. Perché lo spirito di sopravvivenza è troppo forte nell’essere umano e la necessità di amare e di essere felici non può essere estirpata.

Alla fine non conta quanto dura la vita, ma come la vivi. Se la vivi bene, tutta intera, una vita corta vale quanto una lunga.

Tante cose sono state dette su “Anna“: che sia una metafora della pubertà che uccide l’innocenza dei bambini; che le Adidas tanto ricercate siano la possibilità dell’uomo di riparare ai propri errori; e ancora, che la cultura, l’educazione siano le sole cose che possono salvare l’uomo (“Proteggi tuo fratello e insegnagli a leggere” sono le due raccomandazioni della madre). E allora occorre proseguire la lettura, nonostante i colpi di scena imprevedibili e impietosi, perché come sempre, e più di sempre, Niccolò Ammaniti è trascinante e avvincente. Perché

la vita è più forte di tutto. La vita non ci appartiene, ci attraversa.

E la vita di Anna ci attraversa l’anima, travolgendola.


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