Matanza – Giampaolo Galli

Matanza – Giampaolo Galli

Titolo: Matanza

Autore: Giampaolo Galli

Editore: Oakmond Publishing

Genere: romanzo storico

Pagine: 236

Prezzo: 12,00

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Trama

Stato del Nuevo Léon, Messico, 1910. Juana ha diciassette anni ed è un’indigena proveniente da una famiglia talmente povera che la madre è costretta a cederla come lavorante nell’azienda agricola di Don Felipe Duarte, facoltoso messicano. Seppure così giovane, Juana dovrà sopportare lo sfruttamento che accomuna molte donne della sua razza, in una società maschilista e brutale, dove lei, bella e sensuale, diviene ben presto solo uno degli oggetti di piacere del padrone. Quando Don Felipe si rende conto che la presenza della giovane sta per causargli problemi con la moglie, la vende a Osvaldo Ramirez, proprietario di uno dei più frequentati bordelli di Monterrey. Ma il paese è sull’orlo della rivoluzione: Francisco Madero sta organizzando la rivolta, sostenuto da gruppi locali guidati dal bandito Pancho Villa. Lo scopo è quello di conquistare le principali città e togliere il potere dalle mani del presidente Diaz.

Preoccupato per gli affari e per la sua incolumità, Osvaldo decide di vendere il locale e sostituirlo con dei carrozzoni ambulanti, con i quali può girare per il paese offrendo i suoi servigi alle truppe militari. Juana è ormai una delle sue prostitute più richieste, e a Torreón, la cittadina dove l’uomo è diretto con l’intento di fuggire verso Città del Messico, la ragazza si fa notare da due uomini molto differenti: il cinese Wang Bao e il tenente dell’esercito Florencio Machado. Nel momento che precederà lo scontro finale tra i soldati e i rivoltosi, Juana farà la scelta sbagliata, dando il via a una spirale distruttiva che la trascinerà in quella che è ricordata come una delle carneficine più tristi nella storia dell’America Latina.


Autore

Giampaolo Galli è già autore del romanzo “Along the river. La frontiera spezzata“, da cui è stato tratto un cortometraggio con Franco Nero, diretto da Daniele Nicolosi, vincitore degli American Movie Awards nel 2016 come miglior opera straniera. Appassionato del continente americano, soprattutto della cultura indigena, ama ambientare le sue storie nell’America a cavallo tra ‘800 e ‘900.


Recensione

Matanza” è un romanzo storico di forte impatto, che sullo sfondo di alcune fra le pagine più oscure della storia messicana, inserisce il racconto di una donna indigena come tante, priva di libertà e trattata come un oggetto. Io amo particolarmente i romanzi storici e devo dire che questo riesce a trascinarti fin dalle prime pagine in una storia triste e coraggiosa insieme, unendo con estrema bravura la verità storica alla fantasia. Lo stile di Giampaolo Galli è ammaliante: una scrittura secca, incisiva, spesso brutale e sempre realistica quando deve descrivere le scene più efferate. Nonostante racconti in modo pacato, offre una visione cruda e vivida delle condizioni del popolo messicano e delle atroci meschinità che furono compiute durante la presa di Torreón. Non ci risparmia la brutalità e la ferocia di quel momento storico così barbaro che ci porta forse a condannare tutte le parti in gioco. Devo ammettere che non conoscevo la storia della mattanza di Torreón, tanto che ho dovuto documentarmi per affrontare la lettura, in modo da apprezzarla maggiormente. Vi basterà sapere che agli inizi del 1900 il Messico era uno stato costituito da pochi nobili e ricchi agricoltori, una larga popolazione di contadini poveri, e indigeni utilizzati quasi come schiavi. Quando inizia la rivoluzione, le elezioni che avevano dato il potere al generale Diaz vengono dichiarate nulle e Francisco Madero organizza un esercito di rivoltosi costituito dalle fasce più povere e arrabbiate della popolazione, spesso comandate da veri e propri banditi, come Pancho Villa. Per quanto lo scopo potesse essere comprensibile, i mezzi usati dai rivoltosi furono indifendibili.

La lotta contro l’esercito regolare fu cruenta e piuttoto veloce: i soldati di Diaz erano in minoranza e le città capitolarono in fretta. Uno degli ultimi capisaldi fu proprio Torreón, dove il generale Lojero era incaricato della difesa. Nella notte tra il 14 e il 15 maggio 1911, approfittando di un nubifragio, ormai consapevole della disfatta, Lojero ordinò di abbandonare la cittadina, lasciando al suo destino la popolazione locale ormai indifesa. I ribelli si accanirono soprattutto contro l’enorme comunità cinese che abitava Torreón, portando avanti per due giorni una carneficina disumana e ingiustificabile, e si appropriarono di tutti i beni e le ricchezze che riuscirono a trovare prima che arrivasse Madero a imporre l’ordine. Ma ormai la strage era stata compiuta e resterà nella storia come uno dei peggiori massacri dell’America Latina. Sul piano storico, quello che sorprende di più e ci lascia attoniti è la furia con cui i rivoluzionari si avventarono sui lealisti, ma soprattutto sugli immigrati, accusati di aver rovinato l’economia del paese (corsi e ricorsi, l’uomo non impara mai). E’ facile far ricadere la colpa della povertà del Messico su una comunità che in realtà contribuì solo a sviluppare l’economia, lavorando duramente per sostenersi e inviare denaro alle familgie rimaste in patria. Colpisce anche la brutalità con cui i rivoltosi hanno trucidato i loro stessi connazionali, spesso solo per appropriarsi dei loro beni. D’altronde era un esercito costituito da poveri, disperati, diseredati e banditi, ognuno dei quali sperava di ottenere qualcosa dalla situazione.

Osservarono dall’alto per l’ultima volta l’armata ribelle sparpagliata nella valle sottostante: un’orda di cenciosi contadini sobillati da comandanti banditi, tutti in cerca di miglior fortuna.

Nemmeno i capi delle bande armate riuscirono a fermare le uccisioni senza scopo, le mutilazioni inutili e i saccheggi della cittadina, così come era già avvenuto in parte anche nel resto del paese. Tenere a freno un’orda di ribelli che non hanno nulla da perdere e tutto da guadagnare non è semplice.

Ho il potere di dare la morte, ma non di fermarla, dottore. Per fare questo ci sono le persone come lei, a ciascuno il suo compito. E non invocate Dio, perché oggi non vi sente.

E’ triste sapere che una simile mattanza è stata non solo disumana ma anche inutile: dopo appena due anni, il nuovo governo cadeva già sotto la spinta di Emiliano Zapata e la sua nuova ribellione, per entrare in una spirale di lotte intestine in cui si giudica siano morti un milione e mezzo di messicani.

Spero solo che tutto questo sangue non sia stato versato per niente. In cima a ogni vetta si è sempre sull’orlo di un baratro.

Parallelamente alle vicende storiche, già abbastanza crude, Giampaolo Galli ci mostra quella che è stata per decenni la sorte di molte donne indie in un Messico tanto tormentato. Juana è solo un esempio della società maschile e brutale dell’epoca, alla quale la donna doveva sottostare, spesso venduta come schiava o sfruttata come lavoratrice in cambio di vitto e alloggio in condizioni davvero misere. Il personaggio di Juana è affascinante e ottiene fin da subito la simpatia del lettore, grazie alla scrittura di Galli che riesce a creare la giusta empatia con la protagonista. Impossibile non seguirla col fiato sospeso per tutto il romanzo, vederla crescere e acquisire la consapevolezza di quanto sia potente e pericoloso al tempo stesso il suo fascino.

Un nuovo senso di sicurezza la pervase e per la prima volta assaporò il sottile piacere della seduzione.

Juana parte ragazzina indifesa e impotente, per seguire una strada lastricata di sofferenza, umiliazione, dolore e perdita e arrivare a un inaspettato finale in cui chiude il cerchio delle violenze subite, in uno splendido riscatto. Juana rappresenta la parte povera, derelitta e sfruttata del Messico a inizio ‘900, quella che deve sottostare al padrone senza ribellarsi perché rischia la morte, quella che lavora solo per sopravvivere e che non può sognare un futuro se l’obiettivo principale è arrivare a fine giornata. Ho letto questo romanzo col cuore in gola, soffrendo non solo per Juana ma per tutte le vittime della rivoluzione, tra un senso di rabbia, disgusto e incredulità. Sono felice di aver scoperto una pagina di storia di cui non avevo mai sentito parlare, pur essendone rimasta affranta. Mi sento di consigliarlo a tutti gli amanti dei romanzi storici, non solo per l’importanza dell’evento che descrive e che va ricordato, ma soprattutto per la scrittura sapiente ed emozionante con cui è scritto. Una scrittura tra l’altro capace di evocare paesaggi lontani e sconosciuti come se potessimo vederli con i nostri occhi. La conoscenza degli ambienti di cui parla è ovvia e si percepisce nelle descrizioni calde e precise dei deserti, delle lande messicane, dei piccoli villaggi che i protagonisti incontrano lungo la via. Il Messico di Giampaolo Galli vi incantera’ con i suoi colori, i suoi profumi e il suo fascino incontenibile.


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