Ti lascio la luce accesa – Helen Cullen

Ti lascio la luce accesa – Helen Cullen

Titolo: Ti lascio la luce accesa

Autore: Helen Cullen

Editore: Nord

Genere: romanzo

Pagine: 326

Prezzo: 17,00

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Trama

Isola di Inis Óg, Irlanda. Vigilia di Natale, 2005. I Moone si svegliano al mattino pronti a festeggiare, ma la mamma non è in casa; dev’essere uscita presto, perché Murtagh non l’ha sentita alzarsi. Fingendo una calma che non gli appartiene, l’uomo e i quattro figli, Nollaig, i gemelli Tomás e Dillon, e la piccola Sive, escono in perlustrazione battendo tutta l’isola, finché non si rendono conto di dover chiedere aiuto alla comunità. Dopo un’intera giornata di ricerche, Maeve viene finalmente trovata. Il suo corpo era incagliato nella baia, la barca quasi distrutta. E’ evidente che si è suicidata.

1978. Murtagh e Maeve si sono conosciuti al Trinity College, dove studiavano, e si sono subito innamorati. Sperando nella forza del loro amore, Maeve confessa al ragazzo il suo disturbo psichiatrico, una forma di depressione difficile da gestire che le causa crisi violente e destabilizzanti. Ma Murtagh è così convinto che la forza di volontà della donna sia sufficiente a tenere a bada la malattia, che si lancia con lei nell’avventura del matrimonio. Dopo anni di serenità, quattro figli e tanto amore, iniziano i periodi più bui, nei quali Maeve si nasconde in camera per giorni, chiudendo fuori tutta la famiglia. Finché la depressione non la vince e decide di lasciarli vivere la loro vita. Seguiranno dieci anni in cui i figli affronteranno ognuno a suo modo la perdita, che incolpando se stesso, chi il padre, chi sentendosi totalmente spezzato. Quando all’improvviso una figura del passato tornerà nella loro famiglia con una lettera di Maeve, andata persa per due anni, i Moone dovranno fare i conti con un segreto inconfessabile che sconvolgerà le loro esistenze e offrirà loro un nuovo inizio, se solo sapranno coglierlo.


Autore

Helen Cullen è nata in Irlanda. Ha lavorato per sette anni alla RTE, l’emittente pubblica irlandese, prima di trasferirsi a Londra, nel 2010. Nel 2015 è entrata a far parte del team marketing di Google UK. “Le lettere smarrite di William Woolf” è il suo romanzo d’esordio, e ha subito riscosso un enorme successo sia in patria sia all’estero. “Ti lascio la luce accesa” è il suo secondo romanzo.


Recensione

Ti lascio la luce accesa” è uno di quei romanzi che ti arrivano al cuore piano piano, senza fretta, col susseguirsi di una storia che si prende il suo tempo per essere raccontata. All’inizio ho avuto la sensazione che l’autrice si soffermasse troppo sulla vita dei quattro ragazzi Moone, e una simile scelta, a disgrazia già avvenuta, non riuscivo a capire a cosa volesse portare. Ma lo stile pacato e scorrevole della Cullen ti trascina nelle vite di questi cinque sopravvissuti con la sua dolcezza e la sua intensità e a un certo punto inizi a mettere insieme tutti i pezzi, che danno vita a un quadro toccante, doloroso e tenero allo stesso tempo. Fino ad arrivare a un finale totalmente inaspettato che ,mi ha spiazzata e rapita e ha risposto a tutti i dubbi che la lettura aveva portato con sé.

La Cullen riesce non solo a creare figure vivide e trascinanti, ma inserisce la sua storia in un’ambientazione affascinante: la piccola isola di Inis Óg, in Irlanda, dove tutti si conoscono ed è impossibile avere segreti, dove il freddo è pungente e il mare ti seduce con la sua potenza. La scelta narrativa di aprire la vicenda familiare con il suicidio di Maeve è stata secondo me decisiva per la riuscita del romanzo. Già dalle prime pagine, infatti, l’empatia con la famiglia Moone è immediata e totale: in poche righe la scrittrice è stata capace di comunicare al lettore quel dolore, quel senso di incertezza, di eterna paura, che la famiglia ha provato per anni, osservando una madre che si andava spegnendo sempre più velocemente, senza capirne il motivo. In casa Moone, infatti, non si parla della malattia della mamma. Mai. E’ sempre stato così, d’altronde, fin da quando Murtagh conobbe quella splendida ragazza al Trinity College di Dublino.

Era il 1978; da quel momento, ripercorriamo la vita di questa famiglia lungo quattro decenni, fino a quella maledetta vigilia di Natale del 2005 e poi oltre, dieci anni più tardi, quando si ritrovano tutti insieme per festeggiare il compleanno di Nollaig, la primogenita. Murtagh e Maeve si conoscono e si amano fin da subito di un amore unico e totale, così forte da convincerli che sarà sufficiente a tenere a bada le crisi depressive di Maeve, i suoi attacchi di panico e i suoi periodi bui in cui il mondo è troppo oscuro e pauroso per essere vissuto. Dopo averne discusso per alcuni mesi, Murtagh si convince che la donna sia abbastanza forte da far fronte alla malattia e commette l’errore di fare affidamento solo sulla forza di volontà della moglie, pensando che la luce che ogni sera le lascia accesa sul portico possa riportarla indietro quando si perde nei meandri della sua mente.

Non ne parlarono. Non c’erano parole nuove per discutere ancora di cose vecchie. Il silenzio si allungò tra loro.

Allo stesso modo Maeve crede che l’amore che prova per quel ragazzo così pacato e forte possa rimandare le sue crisi, le sue paure, il suo sentire le cose in modo diverso da come le provano gli altri.

In sua compagnia sento che i miei contorni si smussano. Magari passando più tempo con lui la smetterei di sbattere nei miei spigoli vivi.

I primi anni di vita coniugale sembrano dar ragione a Murtagh: arrivano ben quattro figli e Maeve è serena e tranquilla, riesce a contenere la sua depressione grazie ad alcuni trucchetti che le ha insegnato il suo psicologo e alla devozione che prova per il marito. Arriva addirittura ad abbandonare la sua vita e la sua passione, il teatro, per trasferirsi con lui su quella piccola isola irlandese sperduta e battuta dal vento. Errore imperdonabile di Murtagh è stato probabilmente la scelta di vivere la depressione della moglie senza dare spiegazioni ai bambini: il silenzio a cui lui e Maeve si sono abituati investe tutta la famiglia, lasciandola incapace di prepararsi al peggio.

Spesso i genitori che ritenevano la verità troppo accecante dicevano ai bambini di non fidarsi del proprio istinto. Ai Moone era successo e ormai erano tutti immischiati in una trama familiare che non avrebbero mai sbrogliato.

Il silenzio di Maeve invece, il non aver lasciato alcuna traccia del motivo del suo gesto, cambierà completamente le vite dei quattro figli, modificandole gravemente. Quattro ragazzi che cercano di far combaciare l’immagine della mamma affettuosa con quella della donna che si è tolta la vita senza dare spiegazioni. I successivi dieci anni passeranno tra senso di colpa, incapacità di capire, necessità di dare la colpa al padre per non averla aiutata. Tristi, spezzati, mancanti, ognuno di loro si muoverà nel mondo come se il dolore non fosse mai diminuito, odiando il Natale, odiando l’isola sulla quale hanno difficoltà a tornare. Devo dire che il finale è stato davvero sorprendente: ripensandoci con calma, forse alcuni indizi avrei dovuto notarli, ma ero così presa dal dolore dei Moone che la mia attenzione si è focalizzata su altri aspetti della storia. Alla fine, l’intera famiglia, messa davanti a un segreto inconfessabile, dovrà trovare la forza di reagire e rimettere insieme i pezzi di quel vaso frantumato che è la loro vita.

Come aiutarlo a onorare la memoria di Maeve e al tempo stesso trovare il modo di andare oltre? A lasciarsi andare solo un pochino, quanto basta per trasformare le cicatrici in crepe preziose, crepe che lasciano filtrare la luce.

Eppure i Moone scopriranno che quelle cicatrici possono essere trasformate in qualcosa di meglio: in bei ricordi, in momenti fondamentali della loro vita. E’ il kintsugi, l’arte delle cicatrici preziose: riempire le crepe dei vasi con polvere d’argento e d’oro mista a lacca, che invece di nasconderle le valorizza. In uno sforzo finale, doloroso quanto toccante, i cinque Moone riacquisteranno parte della loro vita, comprendendo che è inutile nascondere il dolore e la disgrazia, ma occorre tirar fuori quello che di positivo è rimasto e che può ancora offrirti la vita. E’ stata una lettura intima, dolorosa a tratti, ma toccante, che mi ha lasciato con due emozioni contrastanti: la tristezza per la sfortuna di questa famiglia e la convinzione che nonostante tutto possa esserci una seconda possibilità; che la felicità, dopotutto, sia sempre possibile conquistarla anche quando si è convinti di averla persa per sempre.


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