cadrò sognando di volare

Cadrò, sognando di volare – Fabio Genovesi

Titolo: Cadrò, sognando di volare

Autore: Fabio Genovesi

Editore: Mondadori

Genere: romanzo

Pagine: 298

Voto del Pubblico (IBS): 3,9 su 5

Prezzo: 18,00

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Trama

E’ l’estate del 1998, Fabio ha ventiquattro anni e ha terminato tutti gli esami universitari. Manca solo la tesi e poi dritto verso la laurea in giurisprudenza. Che poi, a lui, di lavorare in uno studio legale proprio non va, ma quando per uno sfortunato incidente, l’Avvocato Ferroni si offre di pagare i suoi studi e gli promette una folgorante carriera, Fabio non può dire di no. Nella sua famiglia non ci sono mai stati laureati, e la mamma ha già le lacrime agli occhi e lui nemmeno è iscritto.

Almeno quest’estate, prima dello sprint finale, vivrà il suo momento di gloria: a Siviglia lo aspettano gli amici che stanno facendo l’Erasmus, la valigia è già pronta accanto al suo letto. Fabio è eccitato e sogna notti avventurose e proibite: feste, sbronze, casino, sesso. Ma quando il giorno dopo si guarda intorno, vede solo un convento sperduto in mezzo ai monti dell’Appenino emiliano, due vecchi preti, uno dei quali barricato nel buio della sua stanza, e una domestica scorbutica con una figlia che si crede una gallina. Come è potuto succedere? Dove sono le spagnole che lo attendevano mezze nude? Ah si, ora ricorda. Sono state spazzate via dalla cartolina con cui l’hanno chiamato al servizio civile. Educatore per ragazzi. In una scuola privata in mezzo al nulla. La scuola è lì, ma i ragazzi non ci sono più da anni. Vabbé, lo consola il padre, almeno potrà seguire il giro.

Si perché il 1998 è l’anno in cui, dopo così tante sfortune che a raccontarle non ti crede nessuno, il Pirata, che sarebbe un ragazzo poco più grande di lui, tenterà di vincere il Giro d’Italia, dopo che per quattro anni, da quando si è permesso di superare Indurain sulla salita del Mortirolo, l’Italia aspetta che Marco Pantani la faccia sognare ancora. E così eccoli lì, due ragazzi più o meno della stessa età a combattere i propri mostri e decidere del loro futuro. Perché Fabio lo capisce subito, quando lo vede sul sellino della sua bici, che Marco non è più lo stesso di quattro anni prima. Forse si è perso tra i tanti incidenti e ora non sa più come affrontare le salite della sua vita e tener fede alla promessa fatta al nonno Sotero di vincere il giro. Fabio invece, in mezzo al nulla, nel silenzio dei boschi, dovrà ascoltare il rumore dei suoi dubbi.

Ma è difficile trovare il coraggio di fuggire dal futuro di qualcun altro, se questo può ferire due famiglie. In questa scuola, dove non c’è più nessuno a cui insegnare e le sue mansioni si riducono a spazzare il cortile e fare il bagno al vecchio direttore, Don Basagni, bloccato nel suo letto e arrabbiato con il mondo, Fabio troverà un varco nella solitudine dell’uomo e una passione in comune: Marco Pantani. E proprio guardando insieme le tappe del giro, i due si troveranno, tra litigi e offese, per scoprire il confine che li tiene legati al possibile, impedendo loro si seguire l’impossibile.


Autore

Fabio Genovesi, classe 1974, nato a Forte dei Marmi, è scrittore, sceneggiatore e traduttore italiano. Oggi collabora con La Repubblica e il Corriere della Sera. Ha scritto vari racconti e saggi, oltre ai romanzi “Chi manda le onde“, con il quale ha vinto il Premio Strega Giovani nel 2015 e “Il mare dove non si tocca, con cui ha vinto il Premio Viareggio nel 2018. Nel 2020 è uscito il suo ultimo romanzo “Cadrò, sognando di volare“.


Recensione

L’estate più bella della mia vita è stata il 10 dicembre del 1982. E magari suona strano, ma i miei genitori erano strani di più.

Può bastare un incipit a far innamorare un lettore di una storia? Io credo sia possibile. O forse ne sono convinta perché per la seconda volta, iniziando un libro di Fabio Genovesi, mi ritrovo a pensare che io, questo autore, proprio non posso evitare di adorarlo. Perché nel 1994 io sono solo una ragazza di 19 anni, il ciclismo è solo uno sport, neanche tanto interessante, e Marco Pantani solo un nome sussurrato che non ha neppure la forza di restare aggrappato alla mia memoria. Eppure eccomi qua, a pagina 24, che sono già così commossa da avere gli occhi lucidi. E non è perché un ragazzino sconosciuto sta stracciando gli avversari facendo sognare un intero paese, ma per il modo in cui Genovesi lo sta vivendo. Perché la potenza della sua scrittura sta nel fatto che quello che sente lui sento anche io, qui, con queste pagine in mano piene di parole scritte. Parole che vengono usate con freschezza e sincerità, con una scrittura geniale ed entusiasmante, alla quale non puoi fare a meno di partecipare.

E allora con me ha raggiunto lo scopo, perché dopo un solo capitolo sono già totalmente, irragionevolmente incastrata nella storia e ho l’unico desiderio di far parte, anche solo come spettatrice, di quell’arrembaggio che il romanzo promette, diverso per ognuno dei suoi protagonisti. Che forse è anche il nostro di arrembaggio, che in un qualche momento della nostra vita avremmo voluto togliere quella bandana e gettarla via, attaccando la salita verso il nostro futuro. E magari alcuni di noi lo hanno fatto e altri stanno ancora aspettando l’occasione giusta, nella speranza di riconoscerla.

Perché le cose davvero importanti della vita, quelle che arrivano per cambiare tutto, non prendono appuntamenti e non studiano percorsi, un giorno si svegliano e decidono che è il momento, scelgono la via più storta e sgangherata che ci sia e si tuffano a bomba su di te.

Se ve lo state chiedendo, questo non è un libro sul ciclismo, e non è una biografia di Pantani, che di quelle ne trovate tante. E’ la storia di due ragazzi che si scontrano con un confine, come spesso accade nella realtà: quello che la nostra mente crea per i più svariati motivi e poi ci si chiude dentro. Linee invisibili che ci delimitano, facendoci credere che alcuni obiettivi non possono essere raggiunti, che la strada che abbiamo preso non può essere cambiata e che alcuni sogni sono troppo grandi per essere inseguiti.

Perché questo è, che separa il possibile dall’impossibile: un confine disegnato a caso e in un certo momento. I confini sono così. Limiti inventati, che ci strizzano e soffocano l’orizzonte davanti e dietro di noi. E ci fermiamo lì, bloccati da una riga.

Ma Marco Pantani è per Fabio e per Don Basagni il simbolo che questi confini possono essere spostati, strappando la linea tra quello che si può fare e quello che vorremmo fare. Perché Marco è un’anima solitaria, che non segue le regole, non sta nel gruppo, rallenta quando dovrebbe incalzare, e attacca quando dovrebbe pazientare. E’ lo sportivo che, contro le previsioni di tutti, ha sorpreso per la caparbietà con cui è andato avanti, rialzandosi dopo ogni caduta, attaccando le salite quando la vita gli diceva di non farlo. Ma la storia di Marco è anche una storia di solitudine, di un ragazzo che ha affrontato le corse a modo suo, ignorando quello degli altri, ignorando i consigli, perché quando correva, su quella bici, era sempre solo. E’ la stessa solitudine di Fabio e di Don Basagni, chiusi nella tristezza della loro vita, convinti che non ci sia una via d’uscita; consapevoli che non si può tornare indietro e cambiare il passato e che quindi non resta altro che convivere con un futuro che non gli appartiene. E’ la solitudine di Fabio, che a ventiquattro anni non trova il coraggio di ammettere la verità, nemmeno con se stesso, tirato in direzioni diverse dal senso del dovere, dall’affetto per la propria famiglia, dalla colpa di essere rimasto in vita al posto di chi è morto, dal desiderio di uscire da una situazione che lo sta soffocando.

Non è vero che non ho passioni, ne ho un sacco, solo che litigano fra loro e mi restano tutte dentro a bisticciare…

Ma cambiare rotta è la cosa più difficile al mondo e questo Fabio lo ha imparato bene, lui che vive la vita di un’altra persona.

Quando uno scappa dicono che è un codardo, ma non è mica vero. Per fuggire, per mollare tutto e allontanarti più veloce che puoi, senza sapere quanto riuscirai a correre e dove andrai a finire, ci vuole tantissimo coraggio.

Tutto questo Fabio Genovesi ce lo spiega nel suo modo unico e delicato, vivace e divertente, con un’ironia che pervade come sempre tutto il romanzo, strappandoti più di un sorriso.

E già un giorno passato a spalare merda di pollo è speso male, ma è ancora peggio se poi scopri che era l’ultimo giorno della tua vita.

I romanzi di Genovesi sono popolati da personaggi quasi surreali, come le vite che vivono, nella piccola provincia italiana che dev’essere tanto cara allo scrittore, sempre calda e accogliente, viva e colorita, con i suoi strambi cittadini e la voglia indiscutibile di vivere. Genovesi ha la capacità di farci provare emozioni forti e intense, passando dal pianto al sorriso e viceversa. Perché le parole puoi anche conoscerle, ma se non sai come usarle, il lettore se ne accorge. E lui lo sa fare. E allora ridiamo, poi piangiamo, poi ridiamo ancora, continuando ad alternare sentimenti che si mescolano e si confondono, e non sai più quando sei triste e quando sei allegro, ma sai solo che sei vivo e che forse, dopotutto, l’unica cosa importante è proprio questa. Quei momenti lungo la strada che ti scuotono, qualunque sia la tua meta. Perché è possibile che, a volte, non sia l’arrivo che conta, ma il tragitto che abbiamo percorso; sono gli sbagli che abbiamo fatto, le scelte giuste, le delusioni e le soddisfazioni.

Perché dobbiamo diventare per forza qualcosa o qualcuno? Non lo siamo già? Perché dobbiamo tirare dritto per arrivare da qualche parte che nemmeno sappiamo dove sta, e intanto perderci il panorama che ci troviamo intorno a ogni passo del nostro viaggio sgangherato?

E allora continuiamo a pedalare, anche se non sappiamo verso dove, e cadiamo, cadiamo spesso, ma ci rialziamo e proseguiamo il viaggio, cercando di spostare quel confine che vuole tenerci al di qua dell’impossibile, lontani dai sogni, che invece sono la parte più bella della strada.


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