Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa – Luis Sepúlveda

Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa – Luis Sepúlveda

Titolo: Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa

Autore: Luis Sepúlveda

Editore: Ugo Guanda

Genere: ragazzi

Pagine: 125

Voto del pubblico (IBS): 4,1 su 5

Prezzo: 13,00

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Trama

Spiaggia di Puerto Montt, Cile, 2014. Un uomo sta osservando con amarezza un piccolo capodoglio arenato sulla sabbia. Il bambino al suo fianco è un lafkenche, la Gente del Mare, ed è ancora più addolorato di lui.

Per te è una balena morta, ma per me è molto di più. La tua tristezza e la mia non sono uguali.

Lasciandolo, il bambino gli offre una conchiglia attraverso la quale potrà ascoltare la storia di Mocha Dick, la grande balena bianca di cui tante generazioni di navigatori hanno parlato.

La voce del capodoglio racconta di come ha osservato l’uomo imparare a interagire col mare, dapprima impaurito e titubante, ma sempre testardo e speranzoso. Quando l’essere umano ha saputo finalmente vincere la paura della notte e delle onde e ha imparato a costruire navi più resistenti, la curiosità con cui il capodoglio grigio lo guardava si è mutata in orrore. Da est sono arrivati nemici che non parlano con le balene, come i lafkenche, ma le uccidono per ottenere olio per le lanterne, grasso e ambra grigia per i profumi. E’ l’uomo straniero, che prende dal mare cose di cui non ha bisogno, senza chiedere il permesso.

Le balene capiscono che è arrivato il momento di ritirarsi nell’oceano a ovest, dove tramonta il sole e i balenieri non possono arrivare. Così lasciano a lei, la balena del colore della luna, il grave compito di onorare un antico patto con la Gente del Mare. Dovrà proteggere le quattro vecchissime trempulkawe, balene magiche che trasportano i defunti all’isola di Mocha. Quando l’ultimo lafkenche sarà morto, lei potrà raggiungere il gruppo. Ma l’uomo straniero è sempre più numeroso e feroce e il capodoglio grigio è ormai stanco di veder morire i suoi simili. Si rivolterà contro i balenieri scatenando quella furia che diverrà poi leggendaria . Perché lei è Mocha Dick.

Io, la maledizione che li avrebbe perseguitati senza tregua.

Io, la forza di chi non ha più nulla da perdere.

Io. L’implacabile giustizia del mare.


Autore

Luis Sepúlveda è uno scrittore, giornalista, sceneggiatore e regista cileno nato nel 1949. Impegnato fin da ragazzo nella politica, ha avuto una vita estremamente complicata, che lo ha portato fuori e dentro il suo paese, a seconda di chi deteneva il potere. Dopo un periodo felice, in cui entra a far parte della guardia personale del generale Allende, il colpo di stato di Pinochet lo condanna all’ergastolo. Dopo mesi di tortura, solo l’intervento di Amnesty International riesce a salvarlo, costringendolo però all’esilio, durante cui opera con l’Unesco e Greenpeace, venendo a contatto con gli Indios dell’America Latina.

Trasferitosi in Spagna, ha proseguito con la sua scrittura militante e con opere dedicate ai ragazzi. Nel 2020, dopo un lungo ricovero, è morto a causa dell’infezione covid-19. Tra i romanzi più famosi “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, “Il mondo alla fin del mondo”, “Diario di un killer sentimentale”, “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, “Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico“, “Incontro d’amore in un paese in guerra”, “Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà“.


Recensione

Gli uomini: così piccoli eppure così implacabili come nemici

Quando ho visto la copertina dell’ultima uscita di Sepúlveda ho pensato d’accordo, un altro canto alla natura. Piacevoli, sempre, alcuni più faticosi di altri (d’altronde non tutti possono essere fortunati come “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”). E’ stata quindi una enorme sorpresa quando ho capito che la protagonista del racconto è la stessa balena bianca che Herman Melville ha descritto nel suo “Moby Dick“.

Mentre il Capitano Achab combatte la sua battaglia contro l’animale e contro se stesso, il capodoglio di Sepúlveda ci racconta una storia diversa. La storia di come sia nata la furia devastante che abbiamo incontrato nel grande classico. Di come sia divenuta tristemente famosa quella che gli indios della costa davanti l’isola di Mocha hanno soprannominato Mocha Dick.

Sullo sfondo, troviamo dinuovo il popolo nativo del Cile, la Gente della Terra, dalla quale discendono i lafkenche. In simbiosi con questo popolo, c’è una natura cantata con amore e passione, preda di “uomini venuti dal mondo dell’ingratitudine e dell’avidità“. Come spesso accade nei racconti dello scrittore cileno, è aspra la critica alla società moderna, incapace di salvaguardare il mondo animale e i suoi habitat. Allo stesso modo Sepúlveda critica apertamente l’attitudine dell’essere umano (unica specie al mondo a possederla) di combattere i suoi simili senza apparente motivo.

Nonostante le buone intenzioni, e l’idea di fondo geniale di raccontare la sua verità sul capodoglio che nel 1820 affondò la nave Essex al largo del Cile, Sepúlveda non riesce questa volta a comunicare forti emozioni. La sua scrittura è più scarna e sintetica del solito, eccessivamente didattica, forse più adatta a un adulto che a un bambino.

Ne risulta una cronaca piuttosto fredda, rallentata tra l’altro dall’uso di termini mapuche, il dialetto parlato dalla Gente del Mare. Restiamo, alla fine, con l’idea di aver letto una triste e dolce favola ecologica, che con un pizzico di magia tenta di portarci a ragionare sul degrado del nostro pianeta e ci invita a cambiare stile di vita. Dispiace, però, che in 125 pagine lo scrittore non abbia ottenuto l’effetto voluto e ci abbia lasciato piuttosto indifferenti.


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